L’autobiografia di Neil Young è piena di riferimenti alle automobili possedute, condita di ampie dissertazioni su certi trenini elettrici che colleziona e per di più farcita di particolari tecnici su di un innovativo sistema di riproduzione sonora da lui progettato per sconfiggere il maledetto mp3; inoltre il libro si avviluppa su stesso come uno di quei rutilanti assoli che abbiamo imparato ad amare… Comunque, considerando le ripetizioni, le interruzioni del flusso narrativo, non c’è dubbio che il nostro abbia scritto tutto da sé e con il cuore in mano, così come scrive le sue canzoni. Anche le malattie dei figli, dell’ultima moglie, il suo aneurisma, vengono rivelati e confessati, sia pure con un certo distacco. I capitoli sono spesso brevi, e i momenti più forti inseriti con nonchalance in altri contesti. La famiglia, gli amici, i musicisti, i cani, le auto, le case vengono trattate come un unico soggetto che il canadese sembra aver amato con tutte forze e in egual misura. Il libro, insomma, celebra la Vita e con essa la Morte, che più volte si è mostrata a Young con la perdita di importanti collaboratori come Danny Whitten, Jack Nitzsche, David Briggs e Ben Keith, tra i più nominati in queste pagine. Si tratta di una lettura nella quale bisogna calarsi senza interruzione, uscendone ogni tanto, quando trenini ed auto fanno calare l’attenzione, ma sapendo che anche tra le righe, come del resto negli episodi meno riusciti della sua carriera, lo schivo canadese ci svelerà uno dei suoi segreti. Per adesso solo in inglese, ‘Waging Heavy Peace’ è comunque disponibile nelle librerie italiane. (Fausto Meirana)


