Bello essere smentiti nei fatti e nella sostanza, ogni tanto. Sennò anche l'assestato mondo del songwriting indie sembrerebbe una palude immota dove si muove sotto la superficie vischiosa. Scott Matthew, barbutissimo australiano trasferito nella “Grande Mela” lo abbiamo lasciato con dischi tanto belli, quanto pericolosi: roba da chiudere sotto chiave per non farli trovare all'amico in depressione. Scriveva canzoni toste e disperate, con una voce che sembrava quella del cugino saturnino di Elvis Costello. Soprattutto, scriveva su se stesso e sulla propria infelicità. Tutto cambia, però, come dice una bella canzone: e già un titolo come “Ode agli Altri” dovrebbe fornire indizi. Un bel giorno Matthew s'è guardato attorno, e gli sono sgorgate tra le dita canzoni diverse. Per gli altri. Ad esempio le vittime dell'odiosa strage omofoba del Pulse Club. Ha trovato anche il coraggio di fare cover, e bene. Il chitarrista, produttore e amico Jürgen Stark s'è incaricato di arrangiarle con un'inedita fioritura di strumenti e di tocchi preziosi. Alla fine, è un piccolo trionfo per Matthew: che ci regala un disco che potrebbe molto essere apprezzato da chi ancora è a lutto per John Martyn e David Bowie. (Guido Festinese)


