Esistono da otto anni, gli svedesi GBS (il nome fa riferimento a un piccolo capolavoro letterario del "realismo magico" nordico) ma non è che se ne sia parlato troppo, dalle nostre parti. Fanno a meno delle parti vocali, come molte band post rock, ma sono cresciuti musicalmente avendo ben presente sia l'urto del noise e del punk, sia le nobili ascendenze di ricerca del più avanzato alt rock europeo, quello collocabile fra la metà degli anni Settanta e l'inizio dello (sciagurato) decennio successivo. A volte suonano come un minaccioso incrocio tra i Battles e tutte le band del math rock, e certi desolati rocker isolazionisti, a volte possono rammentare certi nomi non proprio sulla bocca di tutti del Canterbury sound più oscuro. Una cosa è certa: i GBS hanno una capacità non comune di costruire micidiali, tutt'altro che rassicuranti macchine ritmiche, un po' come successe ai gloriosi King Crimson che furono, quelli del periodo Red e Starless, per capirsi, quando il Signor Fripp azzeccava uno dopo l'altro tenebrosi e logicissimi ostinati ritmici. Musica che è l'esatto rovescio dell'arcadia leziosa, tronfia e autoindulgente che tanti stizziti figuri cresciuti con altre note nelle orecchie credono legittimo attendersi, quando si parla di "progressive rock" contemporaneo. (Guido Festinese)


