“Shardana” , ovvero “il popolo delle isole che stanno in mezzo”: così gli antichi egizi chiamavano la Sardegna, gente che non venne mai a patti con i faraoni. Ricorda poi Paolo Fresu nelle note che un grande musicista ha detto che tradizione significa mantenere accese le scintille, non venerare la cenere gelida.Ed ecco allora un lavoro dove la clarinettista sarda Zoe Pia, impegnata anche alle ataviche launeddas che si suonano con la respirazione circolare mette assieme una vertigine assoluta di incroci tra tradizione arcaica e contemporaneità. Tra tempi dispari, ricordi di melodie popolari, impennate jazz-rock, e molto altro ancora. Accanto ha tastiere, violino, batteria, perfino una tuba, sul tutto ha innestato lacerti di “soundscape”, di paesaggio sonoro sardo, perché, racconta Pia, nulla si capisce meglio che prendendone le distanze (fisiche), come ha fatto lei per i suoi studi musicali: e dunque voci, campane, mamuthones, fisarmoniche ed altro, compreso un magnifico ricordo della voce d'angelo di Andrea Parodi. Il risultato è un disco arcano e futuribile, per nulla ostico, e che ad ogni ascolto rivela tasselli nascosti ed incantati. (Guido Festinese)


