Allen, tenorsassofonista di Detroit, è una delle figure musicalmente più interessanti della nuova scena nera americana. Ha una quarantina d'anni, un corpus di pubblicazioni notevole, ed un suono maturato sullo studio e l'ascolto di tutti i grandi, nessuno escluso: fino ad arrivare a un David Murray, diremmo. Graffiti, il suo precedente lavoro con la stessa coppia di musicisti stellari che lo accompagnano (Gregg August al basso, Rudy Boston alla batteria) viveva di richiami evidenti alla lezione del “saxophone colossus”, Sonny Rollins, almeno nell'impostazione del suono, mentre il fraseggio, ellittico e spesso criptico sembrava scaturire da una bella meditazione su Wayne Shorter. Qui il cambio di passo è totale: sull'altare c'è ora il John Coltrrane semplicemente perfetto della metà degli anni Sessanta, quello di Crescent ed altri dischi capolavoro, urgente e fiammeggiante a tratti, dolente sino alle lacrime in certe ballad che lo richiedevano (Alabama). Un suono alla Coltrane è qui la chiave per andare a indagare su quanto le forme del blues abbiano ancora a che fare con il futuro del jazz, oltre che con fette abbondanti del passato. Due sole le cover: Another Man Done Gone, che fu raccolto dal registratore di John Lomax, e If You're Lonesome, You're not Alone. Ma tutto quello che scrive Allen qui sa di antico e di modernissimo, una contraddizione solo apparente. Un disco che cresce ad ogni ascolto, a tratti anche entusiasmante. (Guido Festinese)


