Va detto subito: non c’è nulla di più esiziale e infestante degli omaggi “copia conforme” a questo quel classico della storia del rock o del jazz. Nel migliore dei casi si finisce in oscenità regressive, si sprecano risorse del pianeta e, come si diceva un tempo, si rubano braccia e idee all’agricoltura. Ciò premesso, chi invece ha la capacità di mostrarti quanto nel suo Dna musicale sia dovuto a pratiche ed idee musicali che non sospetteresti è da guardare con rispetto, a prescindere. Come il grande Giovanni Falzone, che nella sua Led Zeppelin Suite si presenta con un organico a nove con tanto di flauto, fagotto, due tromboni, tromba e sax, chitarra elettrica, basso e batteria. Quattro quadri visionari, ognuno ispirato a uno dei primi quattro dischi storici degli Zep, e che sfuggono tra le mani come sabbia fine, all’ascolto, per la gragnuola di idee e invenzioni sonore applicate alla dura e bluesy polpa della grande e ingombrante band. Certo, il Signor Frank Zappa aveva già immaginato qualcosa di simile, ma che ora esista uno scalpitante progetto tutto nostro è motivo di orgoglio reale. (Guido Festinese)


