Uno legge sul retro di copertina la formazione, con ritmica classica, tromba e sax, e viene subito assediato dal tarlo del tedio postboppistico: un altro gruppo clone. Fermi tutti, la coincidenza di organico strumentale non vuol dire che si battano sentieri ultracanonici. I Pixel arrivano dalla Norvegia, sono al terzo lavoro discografico, e si divertono molto a sparigliare le carte del classico “quartetto jazz”: con soluzioni sonore vicine alla scuola di Chicago e una manciata di echi ben distribuiti. A volte occhieggiano all'indie rock più trasversale, con l'intervento della voce deliziosa della leader del gruppo, la bassista Ellen Andrea Wang, che porta profumati aromi di art rock canterburyano in più d'un brano, con forbita autorevolezza. Dunque, perché cercare di definire il tutto? Meglio mettersi in ascolto, con trasognata leggerezza. Che è poi la dimensione che i Pixel vogliono creare: riuscendoci. (Guido Festinese)

