Sarebbe forse il caso di dire, con una battuta datata e forse un po' crudele, che John McLaughlin ha un “grande avvenire dietro le spalle”. E' giusto mezzo secolo che calca i palchi di tutto il mondo, il gentile signore inglese dalle dita di fiamma, a partire dalle febbrili convulsioni della Swingin' London che lo portarono alla corte di Miles Davis, al posto di Jimi Hendrix, e proseguendo con mille altre avventure sonore incendiarie, una su tutte, la più amata, quella con la visionaria prima Mahavishnu Orcherstra. Oggi McLaughlin ha settantatré anni, una forma fisica invidiabile, una velocità e una tecnica sule corde che spesso non hanno musicisti con dieci lustri meno di lui. S'è trovato una nicchia di pura potenza e duttilità con questo gruppo, che comprende eccellenti musicisti come Gary Husband, Etienne M'Bappe e Ranjit Barot, capaci di suonare l'impossibile su tempi e fratture ritmiche rompicapo, e con loro ha già inciso diversi lavori. Black Light offre jazz rock e fusion ad altissima temperatura: a volte sembra quasi di risentire prendere il volo agli “uccelli di fuoco” del '73, a volte riaffiorano i ricordi del solare chitarrista volto al Mediterraneo, a volte è patinata, muscolare, oliatissima routine fusion. Né forse si può pretendere di più, da chi, come dicono a Genova, “ha già dato”. (Guido Festinese)


