Nella generazione dei quarantenni eccellenti del jazz nordamericano, quella sfortunata categoria nata troppo tardi per partecipare alle rivoluzioni estetiche degli anni Sessanta e Settanta, e troppo presto per essere sintonizzata sulle tendenze più recenti (o modaiole anche, peraltro) metteremo senz'altro il tenorista di Detroit JD Allen. Quando lavora con il suo trio, gli eccellenti Gregg August al contrabbasso e Rudy Royston alla batteria, Allen riesce ancora a mostrare quanto spazio d'indagine e di manovra ci sia nel jazz moderno, tenendo a mente lezioni importanti. Nel suo caso, diremmo, soprattutto Sonny Rollins, per la maestosità del suono, la potenza d'attacco, la bellezza del timbro, e Hancok pre Weather Report (dunque, niente sax soprano) per l'andatura spezzata, spesso a sinusoide delle sue frasi, tant'è che un aggettivo che usano spesso i critici stranieri per il suo fraseggio è “misterioso” o “criptico”. Che significa, poi, che l'articolazione delle frasi in assolo non lascia sempre intuire gli sviluppi. Per fortuna, diremmo noi: così arriva aria nuova. (Guido Festinese)


