Chi ha seguito le vicende della storia del jazz moderno sa che, nella Chicago degli anni Sessanta, accanto al blues elettrico e duro che avrebbe fatto da modello agli Stones c'era anche un gran fermento creativo nel jazz, per la seconda volta nella storia dopo la grande “migrazione” di musicisti da New Orleans degli anni Venti. A volte le cose coincidevano: ecco allora che musicisti abitualmente considerati delle “avanguardie” suonavano poi nelle sezioni fiati dei grandi del blues e del rhythm and blues. Jack DeJohnette dunque con motivato orgoglio storico intitola semplicemente “Made In Chicago” questa folgorante incisione dal vivo al Festival della Windy Town che riunisce calibri potenti di quel jazz lucido, avventuroso, a volte spietato, a volte commovente.
Ci sono, accanto al musicista stellare, Muhal Richard Abrams (dove “Muhal” sta per “il primo”: di Chicago, si intende), Roscoe Mitchell, Henry Threadgill, Larry Gray. I capelli si sono fatti grigi e bianchi, ma dell'incendiario smalto degli anni “duri e puri”, come dice Claudio Rocchi, “niente è andato è perso”. (Guido Festinese)


