Con il tango di Astor Piazzolla, soprannominato “El Gato” per la sua leggendaria furbizia, si esce finalmente dalle balere per approdare ad una compiuta “forma d’arte”, prima ancora che di intrattenimento, intrisa di influenze jazzistiche e aperta al confronto con le più diverse tradizioni ed esperienze musicali. Astor Piazzolla rimane un musicista indimenticato e quasi insuperabile per inventiva, espressività, intensità d’esecuzione e perizia tecnico-stilistica: certamente nel pantheon dei grandi caposcuola del secolo scorso. Forse oggi il suo unico grande erede ed epigono appare proprio Javier Girotto, grandissimo polifiatista argentino ma per ironia della sorte italiano d’adozione, perché da molti anni insediato nella capitale italiana. L’appassionata, malinconica abilità con cui Girotto suona indistintamente sax soprano, baritono e flauto e la sua enorme capacità di fondere in un tutt’uno le forme del tango con la prossemica e la prosodica jazzistica fanno di lui il più efficace prosecutore delle intuizioni piazzolliane. Non solo, Girotto sembra portare sulle spalle, come nessun altro sassofonista post-coltraniano, anche l’intera eredità di John Coltrane per bravura, incessante profluvio di idee e capacità di trasfigurare nel suono del suo strumento in quel completo abbandono che appartiene solo alle smisurate preghiere. Come per Coltrane, l’intensità della musica di Girotto può a volte essere addirittura difficile da sopportare, tali le lacerazioni interiori che è in grado di provocare. Ascoltare i suoi Aires Tango è un po’ come immaginare lo storico quartetto coltraniano degli anni ’60 che, invece di profondere tutte le sue energie nell’afro-jazz che lo ha contraddistinto, scateni tutta la sua forza melodico percussiva in tanghi e milonghe. Attenzione, il tango è musica sincopata sì, ma difficilmente arricchita dalla presenza di rutilanti strumenti a percussione: ecco perché Girotto e il suo batterista Michele Rabbia spostano un po’ più in là la linea dell’orizzonte tracciata dalle scintille jazzistiche di Astor Piazzolla. In questo nuovo disco per le edizioni Manifesto (Nahuel), che segue il dolente Trentamila Cuori dedicato ai desaparesidos argentini, Girotto sfoggia un’altro irrinunciabile saggio del suo magistero. Questa volta non sono gli Aires Tagno ad accompagnarlo ma un quartetto d’archi di estrazione classica e però aperto alle più diverse contaminazioni: il Vertere String Quartet, con cui Girotto collabora da qualche tempo e che lo sostiene con forza nelle sue evoluzioni. Nel cd si reinterpretano alcune delle più note composizioni degli Aires Tango opportunamente riarrangiate. Splendido l’impasto sonoro tra i fiati di Girotto e gli archi di questo quartetto pugliese che si dimostra bene all’altezza di un compito arduo, perchè difficile è coniugare la naturale soavità e leggerezza di viole, violini e violoncelli con la tensione sospesa e appassionata che è intrinseca in una musica anche aggressiva e struggente come il tango. Di più, il timbro complessivo del Vertere String Quartet -“quasi come un quinto tenore di un quartetto vocale della barbagia”- sembra ricordare come non mai le meravigliose sospensioni che Astor Piazzolla riusciva a creare con il suo bandoneon. Lo spirito del progetto sta nelle due parole chiave del disco: vertere, verbo latino che significa volgere, mutare, cambiare forma, e nahuel, parola che per le tribù indigene della Patagonia significava tutto ciò che rappresentava forza e potenza. Un lavoro di grande efficacia espressiva, quindi, e di coraggio perché altro fondamentale esempio di come si possa reinventarsi di continuo, tenendo bene a mente il proprio patrimonio culturale ma trovando sempre nuovi modi per esprimerlo e renderlo vitale. (Marco Maiocco)
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