Rock

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ImageCi sono mille motivi molto più che validi per non comprare, e probabilmente anche per evitare di ascoltare, il disco che questo quintetto newyorkese ci propone in un momento nel quale le tasche degli appassionati di musica vengono tassate continuamente dalle uscite di pletore di bei dischi. In primis l’incredibile messinscena creata dalla stampa inglese nei loro confronti, che li ha descritti come gli ultimi salvatori della musica rock, non quelle folk o punk che tanto successo hanno attualmente tra generazioni differenti, ma quella che parte dai Velvet Underground, passa attraverso la new wave e arriva non-si-sa-bene-a-chi.
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ImageSei dischi in sedici anni significa scrivere canzoni solo quando si ha qualcosa da dire, senza inseguire le mode, e questo è il primo segreto per ottenere un bel risultato. A cinque anni dall’ultimo lavoro ritorna Suzanne Vega, e la prima sensazione d’ascolto è di raffinata semplicità: gli eleganti arpeggi di chitarra e la voce, serenamente aggraziata ma pensierosa, suonano sempre anni luce distanti dalla pletora di ragazze con chitarra (possibilmente di pessimo umore, se non incazzose) emerse negli ultimi anni.
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ImagePer qualcuno (v. Blow Up) un lavoro bolso e senza idee. Per chi scrive una delle cose più belle di un’annata che, in ambito “canzone”, ha un po’ deluso. How I Long… dà l’impressione di essere più compatto rispetto ai dischi precedenti, compreso anche Spanish Dance Troupe che nel 1999 dette il via alla svolta “morbida” del gruppo subito dopo il licenziamento da parte della Mercury. Lo conferma anche Euros Child, leader del gruppo gallese: “Spanish Dance Troupe conteneva anche pezzi pensati come lati B di singoli che la Mercury non ha mai pubblicato e quindi è risultato un po’ raffazzonato.
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ImageHa il sapore di un bootleg questo doppio cd che presenta la band di Lowell George in un concerto del 1973 per il tour promozionale di Dixie Chicken, dunque cinque anni prima del live ufficiale Waiting For Columbus. Diciamo subito che non ne è all’altezza, ma se qualche lungaggine e più di un’incertezza negli arrangiamenti sono evidenti, ciò che sorprende è la robusta energia del gruppo e la grande ispirazione di George, all’epoca ancora saldamente leader della formazione.
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ImageNiente panico: nessun grosso cambiamento, nessuna brusca sterzata divide la prima prova solista di Ben Folds dai dischi del suo disciolto gruppo, i Ben Folds Five. Al centro del palco, sotto il riflettore bianco, sempre lui: il pianoforte. Accarezzato o percosso, melodico e caciarone. Intorno qualche chitarra, qualche arco, un ritmo elettronico ed uno demode’, un basso sommesso e tante storie. Storie di gente, barzellette amare e lievi tragedie; piccole tristezze e rumorosi scherzi della vita di tutti i giorni.
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ImageQuesta recensione parla di un disco e di un problema. Il disco può essere considerato uno dei migliori album-tributo pubblicati in epoca recente. Il repertorio è quello del triste e struggente Townes Van Zandt. Gli interpreti sono amici ed estimatori del “poeta” texano: Guy Clark, Billy Joe Shaver, Lucinda Williams, i Flatlanders di Jimmie Dale Gimore, Emmylou Harris, Cowboy Junkies, John Prine, Steve Earle, Delbert McClinton e altri.

Top ten del mese

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