Rock

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ImageAncora una volta dal freddo Nord proviene un’invasione di suoni eterei e ipnotici. Sembra proprio che, superata una certa latitudine, per combattere il freddo ci si chiuda in una grossa scatola nera a smanettare su sintetizzatori anni ‘80 e vecchie tastiere anni ‘70. Ed è proprio così che fanno i Röyksopp, duo di funkster elettronici provenienti da Tromso, Norvegia. Vicini di casa dei Kings of Convenience, Svein Berge e Torbjorn Brundtland propongono gelide brezze elettroniche, beats funk, melodie ambient e cantati sognati. Insomma una miscela di suoni freddi e caldi che danno vita ad un disco adatto sia ad essere ascoltato a casa in compagnia di Ursula, la studentessa svedese di medicina, o in un club alla moda, dove il chill out la fa da padrone. 

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ImageCi voleva l’intervento di produttore di grande esperienza e di indiscutibile talento come T Bone Burnett per ridare smalto e consistenza alla bella voce di Natalie Merchant che appariva decisamente sottotono nelle sue prove solistiche più recenti (vedi Ophelia, tanto per non incorrere in un’eccessiva vaghezza). Ma, com’è banalmente e universalmente noto, la classe non è acqua e proprio quando gli estimatori dei 10,000 Maniacs cominciavano a dare per dispersa la duttile e fascinosa intensità vocale di Natalie, ecco l’album della rinascita. Motherland è un’interessante traversata sulle tumultuose acque del blues, del folk-rock moderno e della canzone d’autore d’oltreoceano, supportata da un folto equipaggio al cui interno non mancano nomi illustri come quello di Van Dyke Parks.

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ImageLo studio di Stan Ridgway doveva essere piuttosto in disordine, visto che, durante le pulizie di primavera, sono uscite dai capaci cassetti queste canzoni che coprono, a quanto pare, un arco di tempo piuttosto ampio (le brillanti note di copertina forniscono diversi dettagli ma sono curiosamente reticenti dal punto di vista cronologico). Si tratta di materiale di varia origine: canzoni rimaste fuori dai lavori più recenti, pezzi da colonne sonore di oscuri film, composizioni relative al progetto parallelo denominato Drywall (due cd che hanno avuto scarsa copertura da parte della stampa musicale – se volete consultate www.stanridgway.com).

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ImageInteressante esperimento quello portato avanti e ben realizzato da due dj parigini (Philippe Cohen Solal e Christoph H Müller) in collaborazione con musicisti tradizionali (Eduardo Makaroff al violino e Gustavo Beytelmann al piano) alla riscoperta di un sensualissimo tango rivisitato e sfumato in una dissolvenza di ritmi nu jazz e easy listening. Impresa non certo facile, ma l’intreccio di ritmi dance con milonghe e chakarere è persuasivo e fascinoso. Così sembra di camminare in bilico tra atmosfere sognanti di una Buenos Aires malinconica e happening alla moda in una Vienna elettronico-digitale di inizio millenio. Non è un caso infatti che non appena presentatisi sulla ribalta internazionale siano stati apprezzati e suonati nei club da dj di punta quali Gilles Peterson, Thievery Corporation, Jazzanova.

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ImageDavid Berman, che poi è Silver Jews, è uno scrittore. Non nel senso che incide dischi, suda e sputa sul palcoscenico, rilascia interviste provocatorie sugli spinelli a MTV e ha fatto uscire un’antologia con i suoi testi migliori: lui è scrittore sul serio. E i dischi altro non sono che un veicolo, sempre diverso, per le sue storie. Fino a oggi ha inciso tre album, in compagnia di personaggi noti e meno noti (su tutti i Pavement, per un certo periodo contitolari del progetto e spesso scioccamente indicati come “membri fissi”) e tutti e tre, diverse forme per un unico volto, sono splendidi e sempre meravigliosamente defilati.

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ImageIo ho tutti i dischi dei Beatles… Grandi aspettative gravitavano su questo disco, colonna sonora del film omonimo, tutti i brani sono firmati dalla storica accoppiata Lennon-McCartney e gli esecutori sono nomi importanti della scena pop-rock. Molti di loro hanno scelto un approccio decisamente filologico, quasi reverenziale verso le celebri melodie; tra questi emergono Ben Harper con Strawberry Fields Forever, Rufus Wainwright con Across The Universe e i fratelli Finn (Crowded House) con Two Of Us (di quest’ultima figura anche una versione ad opera di Aimee Mann e Michael Penn). Tra suoni d’epoca, tamburelli e cori appare persino un basso Hofner.

Top ten del mese

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