Rock

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ImageTra tutte le band scozzesi che hanno pubblicato dei dischi negli ultimi cinque anni, escludendo gli ormai affermatissimi Belle & Sebastian ed Arab Strap, i Ballboy sono sicuramente i piú interessanti. Il loro suono è infatti molto particolare e unico, ottenuto da un buon mix tra la classica semplicità di basso, chitarra e batteria e l’aggiunta di pennelate di sintetizzatori e arrangiamenti orchestrali, che contribuiscono a completare il lirismo poetico delle canzoni.
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ImageRacconto di una notte belga del 2000, questo doppio cd dal vivo celebra i vent’anni di attività della band berlinese in modo spettacolare. Gli Einstürzende furono, al principio degli anni ‘80, pionieri della musica industriale; rumori metallici e martelli pneumatici si sposavano a cantilene ossessive e malinconiche, creando una commistione sicuramente affascinante ma di ascolto non facile.
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ImageNuova Zelanda. Band prestigiose che dell’elettricità esagerata delle chitarre ne hanno fatto il loro imperativo primario. E i Datsuns non sono da meno. Cresciuti nell’ombra ingombrante del garage rock degli Stooges e dei quattro quarti degli AC/DC, ci sparano in faccia un treno deragliante di hard screziato da ricordi anni settanta, un po’ cugini degli Hellacopters ed un po’ figli dei Deep Purple.
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ImageVisti dal vivo i Libertines non convincono:  pezzi che sembrano tutti uguali e strumenti che viaggiano in libertà, salvo ritrovarsi miracolosamente a tempo un secondo prima della fine. In Up The Bracket, primo album di studio, le cose funzionano assai meglio. Rispetto ai fratellini del nuovo garage rock (Hives, Datsuns e anche Strokes) i quattro londinesi tanto amati dal New Musical Express sanno far riferimento alla gloriosa tradizione britannica della melodia rumorosa, dell’isteria venata di disincanto.
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ImageLa democratizzazione dei mezzi di produzione rende assai difficile seguire la produzione musicale contemporanea, specie in ambito indipendente. Rischiano così di passare inosservati gruppi come gli americani Canyon, eccellente esempio di sana gioventù sonica attuale, cresciuta ascoltando tanti dischi piuttosto che guardando tanta televisione.
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ImageUn’ostentata e indolente dissipatezza costituiva la ragion d’essere umana e artistica dei Flaming Lips anni ’90. Suoni strascicati, psichedelici per naturale attitudine eppure inaspettatamente coinvolgenti.  La svolta “romantica” avviene grazie a “The Soft Bulletin” (1999) e al-l’incontro con Dave Fridmann dei Mercury Rev, produttore anche di questo “Yoshimi Battles The Pink Robots”. Ne parliamo ora, con un po’ di ritardo, perché si tratta di un disco non facile da assimilare, come dimostra uno spettro di recensioni che vanno dal dubbioso all’esta-tico.

Top ten del mese

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