Rock

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ImageGiunto al terzo episodio di una discografia dedicata all’eterna lotta tra uomo e macchina, il quartetto di Modesto si destreggia nell’arduo compito di armonizzare e riconciliare il lato empatico e quello tecnologico della propria musica. Dopo i ritmi e le atmosfere cupe e pessimiste di “The Software Slump”, “Sumday” mostra disinvoltura e confidenza unite a un approccio musicale decisamente cambiato: vi si leggono un ottimismo e una solarità contagiosa che trovano nelle esili drum machine e nei sintetizzatori sporchi di “Stray Dog and the Chocolate Shake” la loro massima espressione.

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ImageSvedesi dall’aria poco nordica, i fratelli André e David-Ivar Herman Düne si affrancano quasi definitivamente dal cliché di “indie-malinconici” con un lavoro dai toni lievi, delicati e consolatori persino quando propone titoli come “l’interferenza arriva dal mio cuore spezzato”. Si può dire che “Mas Cambios” si situi a metà strada fra la sorridente bizzaria dei Moldy Peaches (“Red Blue Eyes”) e la calma circolarità melodica di Silver Jews (“Show Me The Roof”).

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ImageScozzese, giovanissimo, Alasdair Roberts possiede una voce dolente che dà l’impressione di spezzarsi ad ogni strofa, ma rende perfette le sue canzoni che, per temi, ispirazione e atmosfere sono radicate nella tradizione del folk revival inglese  anni ’70. 

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ImageDopo l’introspettivo “Breakfast In New Orleans, Dinner In Timbuktu”, Bruce Cockburn ritorna ad occuparsi del mondo che lo circonda con un cd  che si rifà alle sue prove degli anni ’80, il periodo della consapevolezza politica e dell’aggressività musicale. A confermare tale sensazione c’è il ritorno, al violino elettrico, di Hugh Marsh che fu con Cockburn in quella stagione.

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ImageAlbum numero cinque per gli Eels, sempre più una creatura personale di Mark “E” Everett, autore ed esecutore di tutti i brani con l’occasionale aiuto di qualche compare. Questa volta il buon Mark, depresso ed ironico come sempre, sceglie la strada maestra invece dei vicoli più o meno bui percorsi in passato: “Shootenanny!” è un disco immediato ed orecchiabile, diviso tra numeri più movimentati ed elettrici e pause acustiche.

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ImageCon la bella voce che trasuda energia ma anche una strana, ruvida tenerezza, John Hiatt entra deciso nel cuore del rock’n’roll. “Beneath This Gruff  Exterior”, realizzato con i fedeli Goners, è impregnato di grinta e calore e raccoglie suoni provenienti da ogni angolo degli Stati Uniti. Hiatt  interpreta lo spirito southern (“Fly Back Home” e “The Most Unoriginal Sin”, scritta tempo addietro per Willie Nelson), amalgama sonorità folk-rock (“My Dog And Me” e “Missing Pieces”) e manifesta la sua immutata passione per il rock’n’roll (“Uncommon Connection”).

Top ten del mese

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