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NELLA TERRA DI TRISTANO
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Rimangono oggi tanti ricordi di quel primo anno del festival, con tutte le emozioni che comportava vedere tanti musicisti in luoghi che lo sviluppo cittadino aveva portato a dimenticare. Un ricordo particolare è legato al paese di Barolo, il gruppo doveva suonare la domenica sera ma all’ora di cena tutti si ritrovarono in una piccola Osteria nella quale la gente entrava rischiando di rompere tutto. Alcuni addirittura rubavano il pane dal tavolo dei musicisti dicendo: “basta mangiare, bisogna suonare”. I musicisti decisero di fare dei turni: alcuni uscirono subito per suonare nelle strade del paese, in un bagno di folla, altri finirono di rifocillarsi prima di dare il cambio a quelli che erano usciti in precedenza. Vale la pena di ricordare anche l’edizione del 1979, quando venne allestita una mostra fotografica intitolata “Il Violino del Povero”. Il ricavato venne devoluto per la ristrutturazione della Chiesa Santa Chiara di Bra. Dopo il primo anno di Cant’è Jeuv” il gruppo si trasferì a Roma per un anno, i contatti in Italia erano ormai molti e la città permetteva facili spostamenti sia al nord che al sud. Dopo aver abitato a Roma, nel 1981 vi fu un nuovo trasferimento in Ticino, vicino a Bellinzona. Molte erano le chiamate per i concerti, una tappa importante fu la partecipazione al primo Folkest a S. Daniele del Friuli. Il nome Lyonesse attirava ormai molto pubblico. In questo periodo Mireille continuava a fare ricerche nel Berry, dove si recava ogni anno nei periodi di riposo, e convinse Pietro, che in quegli anni aveva studiato musicologia a Parigi, a fare ricerche anche in Ticino. Queste ricerche si rivelarono fertili anche se, per quanto riguarda il canto, non fu facile trovare un repertorio ticinese: comunque fosse, Mireille iniziò a cantare anche in italiano. Col nome Lyonesse Mireille e Pietro continuarono a fare concerti con l’idea di dare spazio ai musicisti incontrati, attivando così sempre nuove collaborazioni. In quel periodo venne allestito uno spettacolo sul tema dell’emigrazione, con un repertorio in parte francese e in parte italiano: di quello spettacolo non è rimasto nulla, nessuna registrazione. Non si sentiva l’importanza di registrare, più bello era stare con la gente, condividere le esperienze. D’altronde in quel periodo non c’era più neppure la casa discografica che aveva deciso di concentrarsi sui dischi di Mina: gli anni 80 segnarono il passo per il folk revival che sembrava avere perso quella carica di novità che aveva nel decennio precedente. I Lyonesse tuttavia continuarono a suonare in pubblico ma senza un progetto preciso, suonavano così, dove capitava. Mireille ricorda un concerto a Rimini, lontano dalle spiagge, in una bellissima serata estiva: avrebbero voluto fermarsi lì, in quel luogo suggestivo, circondati da tanto affetto, ma il giorno successivo li attendeva un incontro con la televisione svizzera a Ginevra. Durante quel lungo viaggio in automobile, Mireille maturò una convinzione: pensò che fosse opportuno fermarsi almeno tre giorni nel luogo del concerto, non per riposarsi ma per passare più tempo con la gente, a contatto con le culture. Si sentiva forte il bisogno di rompere con la meccanicità ripetitiva palco-albergo-automobile che lasciava un vuoto interiore. Pietro, Lili Ben (violino) e Yves Hulot (organetto) non erano del tutto d’accordo e Mireille a quel punto decise di fermarsi. Si era arrivati al punto da fare le prove in macchina, tra un concerto e l’altro. A volte il successo fa perdere contatto con la realtà, c’era il desiderio di sapere perché si suonava e per chi. Era indubbiamente un momento di crisi e occorreva una pausa di riflessione: c’era anche la sensazione  che gli organizzatori chiamassero i Lyonesse a suonare solo perché il loro nome era conosciuto e non perché apprezzassero veramente la musica tradizionale verso la quale erano indifferenti: dilagavano gli organizzatori affaristi che, se potevano, non pagavano neppure o addirittura contrattavano sulla cifra precedentemente pattuita.



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