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Rock Recensioni MOTORPSYCHO - Here Be Monster
 

MOTORPSYCHO - Here Be Monster MOTORPSYCHO - Here Be Monster Hot

motorpsychoI norvegesi Motorpsycho ci hanno abituati ad una continua sperimentazione e ricerca espressiva, oltre che a frequenti svolte linguistiche e stilistiche. Il loro modo di intendere il rock è da una ventina d'anni tutto all'insegna della creatività (grazie anche alle numerose e intelligenti collaborazioni), e di una rielaborazione talmente articolata, autorevole e persuasiva, da sembrare spesso compiutamente autentica, svincolata da "debiti" di qualsiasi sorta. In loro, comunque, convivono miriadi di frammenti della più diversa e storicizzata estrazione: dalla psichedelia al post rock alternativo, dall'hard rock a luminose striature californiane, dal progressive alla drammaturgia in musica, con magari mitologici risvolti nordici, dal jazz all'elettronica, e quant'altro. Uno stile, il loro, che più in generale (soprattutto per quanto riguarda quest'ultima pubblicazione) potremmo definire hard psych prog, come se Pink Floyd e Led Zeppelin precipitassero in un micidiale e vorticoso maelström, con però le voci di Crosby, Still e Nash (ovviamente più spiritati del solito) a condurre la "caduta".

Mancano, ma solo in superficie, elementi più propriamente folkloristici, nel senso che la loro musica (più autoriale che formulaica) è in primis uno dei possibili risultati dell'evoluzione del rock, musica della globalità ad alta diffusione, disancorata da una specifica connessione sentimentale con un singolo luogo e una determinata comunità. Le tracce di questo loro ultimo "Here Be Monsters" sono state ideate in occasione delle celebrazioni del centenario di vita e attività del Norwegian Technical Museum di Oslo. L'album è stato composto assieme a Stale Storlokken, musicista di estrazione jazzistica, che con l'esuberante terzetto di Trondheim, guidato dal solito Bent Sæther (voce, chitarre, basso, composizioni), aveva già avuto modo di lavorare. Ma questa volta è il tastierista Thomas Henriksen, unitosi all'originario trio in sede di registrazione, a conferire al disco un determinante e avvolgente carattere psichedelico progressivo (ma non solo), capace di sostenere eleganti ambientazioni floydiane (si ascolti l'iniziale "Lacuna/Sunrise"), e al contempo armonie vocali da estate dei fiori (si faccia, per esempio, riferimento a "Spin, Spin, Spin"). L'album si chiude con gli oltre diciassette minuti dell'imperiosa e spettacolare "Big Black Dog", che oltre ai Led Zeppelin del "Physical Graffiti" può richiamare (incredibile a dirsi, ma neanche troppo) i tardi Beatles di "Hey Bulldog". A qualcuno potrà sembrare un ulteriore esempio di ridondante gigantismo (in cui, è vero, ogni tanto il gruppo è inciampato), noi preferiamo (invece) considerarlo come un nuovo sontuoso episodio della più nobile e avvincente storia del rock. Da non perdere. (Marco Maiocco)

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