Scrive bene (e ci mancherebbe) sul Manifesto di qualche giorno fa lo specialista Marco Boccitto che il Mali è "da sempre prodigo di fibrillazioni sonore scintillanti, oblique, antiche eppure global friendly, anti oscurantiste". I Songhoy Blues sono la nuova espressione di questa prodigalità, "prodotto" di un paese sprofondato nel cuore dell'Africa Occidentale, dalla densa cultura ancestrale, sempre pronta (almeno nelle sue manifestazioni musicali) a dialogare con la modernità e con il blues americano, derivato diretto (o indiretto) della diaspora africana, e in particolare maliana. «Songhoy», ovvero Songhai, come l'impero fiorito in epoca medioevale nel Sahel, in particolare sulle sponde del Niger tra Timbuctù (dalla quale provengono gli esiliati Songhoy) e l'oasi di Gao, che visse il periodo di massimo splendore tra il XV e XVI secolo (un portato storico linguistico e culturale intimamente legato alle vicende della misteriosa Timbuctù, appunto), e poi «Blues» che invece si capisce da sé. Un Impero da non confondere con quello (anche rivale) Mandingo o del Mali, più spesso citato e meglio conosciuto, sviluppatosi tra l'odierna Guinea e il Mali meridionale intorno alla metà del XIII secolo (ma sono storie complesse, ancora tutte da studiare, almeno per quanto ci riguarda). Sempre dal breve approfondimento di Boccitto, "Hanno frustato gli adulteri ma nessuno ha avuto da obiettare. Hanno chiuso i bar e (quasi) nessuno ha detto niente. Poi hanno vietato la musica e apriti cielo. «È come se ti impedissero di vedere la donna che ami», dice Aliou Touré, il leader dei Songhoy Blues, sempre a disagio nel cercare le parole giuste per descrivere la scena, il momento in cui i jihadisti che avevano preso Timbuctù (nel 2012) osarono l'impensabile, mettendo al rogo gli strumenti musicali e imponendo alle radio un palinsesto di soli versetti coranici." Già, perché, come detto, i giovani componenti di questa nuova fibrillante formazione hanno lasciato, da esiliati, il profondo nord maliano scosso dalla guerra, e si sono diretti a sud, alla ricerca di un personalissimo Eldorado: "oltre che per la loro incolumità hanno sinceramente temuto che quella di farsi capire altrove fosse l'unica chance che gli restava." Ecco il valore aggiunto, "le stigmate dell'artista fuggito in reazione alla bestemmia di chi voleva impedirgli di suonare", a generare (siamo assolutamente d'accordo) "un'energia sbarazzina e inconciliata", irrequieta, ma non frustrata (aggiungiamo noi). Una volta raggiunta Bamako, i Songhoy Blues "sono entrati nel giro di "Africa Express", progetto (confluito in un vero e proprio album) orchestrato dalla popstar britannica Damon Albarn, che alla Maison des Jeunes (nella capitale del Mali) somma giovani talenti locali e mostri sacri della musica mondiale come Terry Riley e Brian Eno. Passione che risale a tempi non sospetti, quella dell'ex Blur per la musica maliana, che in uno scenario di guerra però diventa impeto solidale e politicamente complice". Nel team c'è anche il chitarrista degli Yeah Yeah Yeahs (esponenti dell'alternative rock newyorkese), Nick Zinner, che produce questo convincente esordio dei Songhoy Blues, "Music in Exile". Musica in esilio, dunque, la loro, all'insegna della ricchezza e della valorizzazione delle diversità regionali, come predicava già Ali Farka Touré, cantata "in songhai, peul, tamashek, bambara, aderente al contesto tanto quanto alle scale pentatoniche del blues, capace quindi di toccare corde remote e di farsi capire anche altrove." Musica che ha già conquistato il pubblico internazionale, con le sue ipnotiche e antifonali voci del deserto, a delineare un baldanzoso, fresco e spavaldo desert "rock-blues" (si ascolti solo che "Nick"), veicolatore di canti di gioia, sfida, pace e riconciliazione. (Marco Maiocco)


