Al settimo disco in studio, la blasonata formazione maliana, di cultura tuareg, espressione della vita nomade nel Sahara nord occidentale, decide di raccontare un altro deserto, luogo della desolazione e della fatica, sì, ma anche di una bellezza nascosta, lancinante, che si rivela lentamente, poco alla volta. Se, infatti, il precedente e premiato "Tassili" dello scorso 2011, e in effetti più magrebino, era stato registrato nel deserto algerino, questo nuovo "Emmaar", ennesimo capitolo di un ipnotico e avvincente desert rock, dall'incedere carovaniero, è stato invece realizzato nel deserto nord americano del Joshua Tree, un'area protetta situata nel sud est della California, tra il deserto del Mojave e il deserto del Colorado.
In copertina, a questo proposito, dominano i cavalli, invece dei cammelli, sono loro il nuovo momentaneo mezzo di trasporto; probabile conseguenza del fatto che la musica dei Tinariwen, così come il loro rinomato "Festival au Désert", purtroppo non svoltosi nel 2013, a causa dei conflitti tra il governo centrale del Mali e le popolazioni nomadi settentrionali (ma il discorso è davvero più complesso), è diventata, proprio per via di queste drammatiche vicissitudini, una musica dell'esilio e dell'incontro itinerante, che in quest'ultimo anno e mezzo ha cercato di consolidare maggiormente le relazioni musicali e culturali tra Africa, Mediterraneo, Europa e Nord America. Nonostante la presenza, come di consueto, di diversi ospiti, tra i quali anche Josh Klinghoffer dei Red Hot Chili Peppers, segno (per altro) di una costante voglia di confronto e apertura, oltre che della ricerca di una maggior notorietà, gli ingredienti della musica di questo gruppo, dall'identità così caratteristica e definita, non cambiano di molto, e non certo a discapito di ispirazione e credibilità (per fortuna, insomma!). Sornioni ritmi "shuffle", canti antifonali, ripetute e insistenti linee melodiche su scale pentatoniche, intrecci densi, stratificati e rotolanti di chitarre elettriche sferzanti (come pungente pulviscolo desertico trasportato dal vento), dai suoni vintage e al contempo spaziali. E il tutto come se si fluttuasse temerariamente, in modo assertivo e cadenzato, sull'assolata polvere al vetriolo californiana. Magnetico. (Marco Maiocco)


