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STING - The Last Ship

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The Last Ship
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Ha scritto Gil Scott-Heron, musicista soul jazz, ma soprattutto ispirato poeta afroamericano, e probabilmente tra i padri del rap, prematuramente scomparso un paio d'anni fa, che "se per voi la verità è importante, dovete capire che gran parte delle cose di valore hanno bisogno di lavoro, devono essere ricercate, meditate e portate a compimento dopo uno sforzo degno del grande valore che aggiungeranno alla vostra vita". D'accordo, scomodare una delle voci dell'America più intelligente e critica, ma anche integrazionista, sulla scorta della lezione di Martin Luther King, per parlare di una blasonata e inflazionata star della popular music come Gordon Sumner, in arte Sting, può sembrare troppo o decisamente fuori luogo. E però studiare, ricercare, "conquistare" faticosamente la liberatrice conoscenza, comporta anche il saper distinguere, discriminare, scomporre la complessità in tutte le sue parti, per meglio affrontare il problema della difficile comprensione della realtà. E in questo caso significa riconoscere a Sting, la cui vicenda artistica merita comunque il giusto riconoscimento e rispetto, che negli ultimi anni ha studiato (e molto), affinato significativamente le sue conoscenze musicali, ampliato i propri orizzonti culturali, riuscendo così a costruirsi una maturità artistica degna di nota. Se ne aveva avuto già il forte "sospetto" in quell'apprezzato, ma anche discusso (perché nonostante la serietà del progetto, a molti era sembrata ugualmente una mera operazione commerciale) disco Deutche Grammophon di qualche anno fa ("Songs From The Labyrinth"), nel quale il cantante inglese rivisitava alla sua maniera (comunque "diseducata", popular) le splendide musiche del compositore britannico rinascimentale John Dowland (1563-1626). Se ne ha la conferma oggi di fronte a questo ultimo "The Last Ship", nel quale Sting torna con proprie e pregevolissime composizioni, dopo otto anni di silenzio in questo senso, a muoversi agevolmente, ma decisamente più arricchito e artisticamente compiuto, nel proprio ambito di competenza. L'album è una sorta di articolata e avvincente opera folk-pop, o meglio un musical in nuce, sulla piccola comunità di Wallsend, nei pressi di Newcastle, nel Northamberland (anche se oggi la contea di riferimento è quella di Tyne and Wear), nord est dell'Inghilterra, quasi al confine con la Scozia. Una specie di ritorno a casa, perché Sting è nato lì, e da lì, da quella sperduta e probabilmente soffocante provincia, incapace di offrire adeguate prospettive alle sue speranze e ambizioni, molti anni fa è fuggito, forse davvero in cerca di quella fama, sulla quale poi costruire una sua personale umiltà. Perché a che serve l'umiltà, scrive il poeta americano contemporaneo David Budbill, "se sono prigioniero di questa oscurità"?. Un ritorno a casa per omaggiare la propria comunità d'origine, la sua storia e le sue tribolazioni. "The Last Ship" è, infatti, un disco, un concept album (si diceva una volta), ma anche l'ossatura di un prossimo musical, come dicevamo, che andrà in scena, a partire dal prossimo anno, negli Stati Uniti, con previsto debutto a Chicago e poi con l'intenzione di sbarcare al più presto a Broadway; un musical che si presenta come la rielaborazione poetica dei ricordi d'infanzia del cantante cresciuto a Wallsend, cittadina in realtà non trascurabile, nella quale hanno prosperato, tra il XIX e il XX secolo, i prestigiosi cantieri navali della Swan Hunter, dai quali sono scaturiti transatlantici gloriosi come il Mauretania e il Carpathia, che nel 1912 recuperò i naufraghi superstiti del Titanic; cantieri sui quali contava un'intera comunità, andata poi in crisi quando la Swan Hunter, dopo una serie di infinite vicissitudini, ha deciso nel 2008 di concentrarsi esclusivamente sulla progettazione di navi, mettendo in mobilità i lavoratori dell'intero comparto costruzioni. Nel musical sono proprio loro i protagonisti in cerca di un legittimo riscatto, che si pongono l'obiettivo di costruire un'ultima nave, prima di dover abbandonare per sempre il proprio lavoro, per infine prendere la via del mare e del largo verso chissà dove e chissà cosa. Un'opera folk, abbiamo detto, fortemente calata nel territorio di riferimento, in quegli spazi, in quelle dinamiche sociali, in quei "troubles", che incorpora tutte le influenze "celtiche" portate in quella regione dalla massiccia immigrazione scozzese e irlandese di XIX secolo (e non solo, perché ovviamente nel Northamberland esisteva una ricca tradizione musicale anche prima che arrivassero gli antenati irlandesi di Sting), e al contempo aperta alla tradizione del musical, con presenti i tipici ingredienti, come dichiara lo stesso Sting, della musica per il teatro, e quindi continui richiami più o meno velati ad opere come "West Side Story", "My Fair Lady", o alla produzione di Kurt Weill. Ma al di là di questa fruttuosa e interessante commistione tra musiche modali di tradizione e una musica (diciamo) più cromatica o meglio tonale, molto più legata alla canzone e ai suoi classici schemi armonici, sono proprio le impetuose sortite folk, dal tono atavico, realizzate da un assieme di eccellenti musicisti tradizionali della zona di Newcastle, a colpire maggiormente nel segno, oltre alla voce di Sting, mai così carismatica, coinvolta, efficace, e vero tratto d'unione tra un ancient music britannica e l'attuale modernità euroatlantica. Notevole, diremmo redivivo. (Marco Maiocco)

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