Nella celebre suite floydiana "Echoes", l'antico, imponente e maestoso volo di un Albatros, a setacciare gli abissi delle profondità marine, era il pretesto per rappresentare il mistero della natura, richiamandone i più ancestrali ed atavici echi, e immaginare un'epico viaggio, quasi una fluttuazione amniotica, attraverso i tempi e le remote ere: "and deep beneath the rolling waves in labirinths of coral caves / the echo of a distant time comes billowing across the sand....", ricordate? Qui, invece, traendo spunto dal suggestivo libretto a corredo di questo ultimo interessante lavoro degli Amplifier, il viaggio appare tutto interiore, gli echi sembrano essere quelli dell'infanzia: lacerti di memoria, frammenti di una tela di ragno lacerata, che a brandelli ritornano confusi alla mente da quell'ormai inaccessibile mondo della giovinezza, custodito al di là della conradiana invalicabile linea d'ombra, e che in qualche modo custodiscono l'intrinseco proposito che anima la vita di ciascuno di noi, a cui questo singolare concept album sembra dedicato. Ma perché da "Echo Street" siamo arrivati a dissertare di echi floydiani? Certo non solo per il titolo o per l'affascinante comparazione tra echi e ricordi, ma anche o soprattutto per il fatto che gli Amplifier sono da sempre caratterizzati da un "primitivo" suono psichedelico da certi marcati tratti floydiani, alla "Obscured By The Clouds" per intendersi, pur considerando la notevole e sofisticata ricerca sonica, che connota (anche qui) da sempre la musica di questo quartetto di Manchester. Una formazione, che, in occasione di questo quarto album, pare cambiare passo, o se non altro linguaggio, così approdando alla valentissima etichetta del neo prog guidata da Steven Wilson, la Kscope (appunto). Un ritorno a casa, nel senso di una compiutezza estetica finalmente raggiunta, o davvero l'intrapresa di un nuovo percorso? Difficile dirlo, forse il gruppo sta davvero attraversando un guado; certo è che "Echo Street" abbraccia una certa eterea ed elegante levigatezza, in linea con le concezioni musicali di Steven Wilson e delle sue produzioni, per lasciare un po' da parte (non del tutto, ovviamente) quel noise psichedelico dalle venature space, che sino a qui ha caratterizzato maggiormente la musica degli Amplifier. I quali, comunque, nonostante rincorrano una maggiore purezza formale e sonora, la costruzione di nitide linee melodiche, dalla perfetta intonazione, non trascurano di lasciarsi andare a momenti più rumorosi o "disordinati", togliendosi anche la soddisfazione, nella finale "Mary Rose", di citare quasi calligraficamente i "preistorici" versi, un po' naïf, della sopra citata "Echoes" (ecco, forse, il motivo principale del nostro precedente richiamo). A mancare, forse, è solo una miglior brillantezza in fase compositiva, latitano in questo senso vere e proprie intuizioni, pur nella piacevolezza dell'insieme; salvo che nella splendida "Where The River Goes", ballata semplice e al contempo sontuosa, dall'incedere classico (probabilmente il momento più emozionante dell'intero album), che in principio parte sotto voce, per poi abbandonarsi ad impetuose distorsioni elettriche, come si conviene ad una band denominata "amplificatore". Ma (chissa....!?), forse, come dicevamo e ripetiamo, il guado è ancora da oltrepassare, oppure no. Da ascoltare in attesa di nuovi sviluppi. (Marco Maiocco)


