Bill abbandona (chissà se definitivamente) il nome Smog, che tanta fortuna gli ha portato finora, per presentarsi per la prima volta al pubblico (anagraficamente) come mamma lo ha fatto. E se è vero che al cambio di nome segue un disco meno fosco e più “sincero” rispetto al solito (melodie pure da cantautorato anni ’70), è altrettanto vero che Bill ha intrapreso un percorso di allontanamento dalla fragorosa isteria degli esordi oramai da cinque o sei album. E dunque non resta che godere delle canzoni del disco, giocate su arrangiamenti cortesi ma complessi, sommariamente romantiche e senza spigoli. La voce resta quella di un tempo, scorbutica e bizzosa, e regala all’insieme una benvenuta sfumatura irregolare. Come tanti redenti del caos, Bill Callahan affronta oggi la canzone “classica”. E non soccombe. (Marco Sideri)
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