Record Store Day

Il Record Store Day del 2009 è passato con molta soddisfazione sia per chi lo ha organizzato (noi e Matteo di Disorder Drama), sia per chi si è esibito e sia per chi ha partecipato, assistendo ai concerti. Ma da dove è partito tutto questo? Ve lo spieghiamo sotto.

Ecco la galleria delle foto della festa del 18 aprile. Nella pagina seguente e cliccando su Record Store Day nel menù principale potrete leggere le testimonianze e i ricordi dei nostri amici riguardanti i negozi di dischi.

{imggallery 15} "Cosa ascolti quando entri nel tuo negozio favorito per il download? Niente. E chi incontri? Nessuno.
Chi ti consiglierà di smetterla di ascoltare questo e di cominciare ad ascoltare quest'altro?
I negozi di dischi non possono salvarti la vita, ma possono dartene una migliore"
Nick Hornby

 

Image3 febbraio 1974, il giorno del mio diciannovesimo compleanno lo ricordo perfettamente: vado in edicola e vedo l’ultimo numero di “Pop Records”. Lo sfoglio avidamente e a un certo punto trovo un articolo sui Genesis. La firma: Massimo Poggini di Chiavari. Non volevo crederci, sono andato in giro tutto il giorno a farlo vedere ai miei amici: più che il nome, a convincerli che quell’articolo l’avessi scritto io era la specifica “di Chiavari”. Di Massino Poggini magari potevano essercene altri, ma “di Chiavari” no. Dovevo essere io per forza.
Quello era l’anno del diploma e ancora non avevo deciso cosa avrei fatto da grande. Lo decisi osservando compiaciuto le facce dei miei amici: da grande avrei fatto il giornalista, vuoi mettere la soddisfazione di vedere il proprio nome stampato su un giornale! Così presi il treno per andare a Genova a trovare quelli di “Pop Records”, la cui sede era il Disco Club di via San Vincenzo, proprio di fronte alla stazione Brignole. Entrai col giornale aperto sulla pagina dove c’era l’articolo sui Genesis e a qualcuno, non ricordo chi, dissi timidamente: “Questo l’ho scritto io, mi piacerebbe scriverne altri”. Non mi presero per matto, però specificarono subito: “Guarda che noi non paghiamo nessuno, tutt’al più ogni tanto possiamo darti qualche disco”. Ma chi ci pensava ai soldi, io volevo solo vedere il mio nome un’altra volta sul giornale!
Comunque è iniziata così. C’era una bella atmosfera, eravamo tutti intorno ai vent’anni con una gran voglia di fare. Qualche piccola soddisfazione me le sono tolta. Come quella volta che vado di pomeriggio al teatro Alcione a intervistare Angelo Branduardi. Dovete sapere che tra noi c’era una certa somiglianza, avevo un cespuglio di capelli ricci esattamente come lui. Fatto sta che quando me ne vado passando dall’uscita di servizio, davanti ci sono alcuni ragazzi che aspettano. Qualcuno mi chiede l’autografo, ovviamente pensando che fossi lui. Dico che sì, in effetti un po’ ci somigliamo, ma non sono Branduardi. Si convincono quasi tutti, ma uno proprio non ci crede e mentre mi allontano sento che urla: “Sei proprio uno stronzo, non comprerò mai più i tuoi dischi!”.
Sono passati più di 35 anni dal primo articolo scritto per “Pop Records”. La notizia è che ce l’ho fatta a fare il giornalista: qualche tempo dopo ho iniziato a collaborare con vari quotidiani locali, poi ho iniziato a scrivere su “Ciao 2001”. Nel 1979 sono stato assunto da “Boy Music” e dal 1984, cioè da quando è nato, sono a “Max”. Nel frattempo ho pure scritto diversi libri che mi ha regalato grandi soddisfazioni, in particolare “Vasco Rossi, una vita spericolata”, uscito in prima edizione nel 1985 e ripubblicato l’anno scorso dalla Rizzoli. Sempre per Rizzoli, il prossimo 20 maggio uscirà “Liga. La biografia”… Questo per dire che qualche volta i sogni si avverano, magari grazie a un “giornalino” (uso questo termine con affetto infinito) chiamato “Pop Records”. (Massimo Poggini)

 

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il più vecchio negozio di dischi
Non credo di essere originale nel pensare questo ma…
Faccio parte di quella quota di persone che trascorre un certo numero di ore (settimanali/mensili/fate voi) in un negozio di dischi, non solo per cercare e comprare dischi, appunto.
Credo che sia l’equivalente dell’andare al bar a bere un bianco e giocare a carte con gli amici.
Anzi, i negozi di dischi (quindi escludo da tutto questo discorso le catene multinazionali) dovrebbero poter equipaggiarsi almeno di una macchina per il caffè.
Inevitabilmente ci si sente parte di una piccola ‘comunità’, a volte un po’ chiusa; tipo quando, a interrompere una fondamentale disquisizione sulla nuova ristampa di **** o sulla versione originale monofonica di ***** è un malcapitato avventore non abitudinario che chiede l’ultimo disco di Marco Carta: il silenzio e gli sguardi assassini di noi altri, l’avventore abbassa lo sguardo contrito ed esce quando Gian, con la consueta tranquillità dice “eehh, no, provi da *****”.
Ma se niente niente l’avventore chiede qualcosa di ‘consentito’, le nuvole si diradano, un raggio di sole penetra nel negozio, e ci si sostituisce al pur esperto venditore, consigliando la migliore edizione di **** su cd e paragonandola sapientemente alla versione su DVD-audio, e via dicendo.
Insomma, siamo bravi guaglioni, se ci si sa prendere… e supportiamo i negozi di dischi, evviva i negozi di dischi. (Doc)

 

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ImageQuand’ero piccolo, ma veramente piccolo, e sentivo le mie prime canzoni alla radio, memorizzavo i titoli di quelle che mi piacevano e non li dimenticavo più. Poi, andando in giro tenendo la mano alla mamma, mi incantavo quando trovavo negozi con in vetrina le copertine dei 45 giri; spesso mi riusciva di dare un volto ad interpreti sconosciuti. Li trovavo nei posti più impensati; al mare, per esempio, erano esposti dal fotografo, in campagna dall’elettricista.
Ricordo ancora quando nella letterina di Natale inclusi per la prima volta dei 45 giri (Get Back, Paranoid, Green River e Black Night…); non avevo nemmeno il mangiadischi e dovevo sentirli nello stereo a mobiletto che in casa era adibito alla sola musica classica; spostare la levetta da 33 a 45 era una mia esclusiva e le prime volte era un po’ dura… Poi venne il tempo degli LP e tutto cambiò… Entrare in un negozio da solo; non chiedere più un titolo, ma cominciare a scartabellare negli espositori… Passare dalle copertine semplici con la busta interna agli album che si aprivano coi testi in bella vista…
Adesso molte cose sono cambiate, ma ce ne è una che resta immutata nel tempo, nonostante la musica la si trovi ovunque e la sua offerta sia aumentata a dismisura: il gusto della scoperta. E, a volte, lo ritrovo da Disco Club quando Gian, che conosce i miei gusti, mi dice: “Senti un po’ questo, dovrebbe piacerti…” E allora scatta qualcosa di magico: ti compri il disco ed esci con la stessa sensazione che, da quando tredicenne sei tornato a casa con il primo LP della tua vita in mano, non ti ha mai abbandonato. (Marco Bonini)
{mos_sb_discuss:11}

ImagePer la verità, per quanto mi riguarda, sono una trentina gli anni passati da quando ho cominciato a comprare i primi dischi. E da ragazzino si può dire che non mi comprassi nient’altro: non mi interessava avere i jeans alla moda, gli occhiali Ray Ban o la moto, investivo tutta la paghetta mensile in dischi, il che in realtà significava un disco al mese, un disco sofferto e conquistato attraverso un rituale complesso ma appagante.
Per comprare l’agognato disco mensile si faceva l’autostop, o si prendeva il treno, dal paesino dove abitavo fino a Genova. Lì c’era, e c’è ancora, un negozio che, per noi, non era un posto qualsiasi. Il Disco Club, sotto i portici vicino alla stazione, era una specie di Paradiso davanti al quale si trascorrevano interi pomeriggi a chiacchierare di musica, appollaiati sui motorini o seduti sul muretto, a guardare la vetrina sbavando per tutte le meraviglie di importazione che vi erano esposte, e poi si entrava in quei meravigliosi loculi dove potevi ascoltare in cuffia i dischi. E alla fine di tutto ciò la scelta cadeva su un disco. Uno solo. Le tasche non concedevano di più. E quello lì, quel disco così difficilmente conquistato, era comunque qualcosa di speciale. Era un mio valore, un oggetto pieno di arte che trasmetteva una netta sensazione di fedeltà reciproca. Comprando i dischi io giuravo loro che sarebbero stati sempre con me, e loro mi dicevano che non mi avrebbero mai abbandonato, che le note incise lì dentro sarebbero state con me tutta la vita, nella buona e nella cattiva sorte. Per questo non era concesso sbagliare. Anche perché una volta tornato a casa quella era la musica che mi avrebbe accompagnato per tutti i trenta giorni successivi, fino al prossimo pomeriggio davanti al Disco Club. (Luca De Gennaro)

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