Profumo di colla bianca di Mauro Costa

Ben ritrovati da Mauro 'Stellameringa' Costa tra una domenica che sta per finire e un lunedì che sta per principiare.
La scorsa settimana avevo preannunciato l'ultima puntata di 'Profumo di colla bianca' dedicata al prog straniero ed invece, con un colpo di coda, ho deciso di terminare il programma proponendo nuovamente il genio italico di quegli anni.
E non sarà cosa breve per cui, versatevi un buon single malt, mettetevi comodi sulla poltrona e disponete il vostro animo all'ascolto.

La seconda prova dei Jefferson Airplane italiani, così vengono sovente definiti i Circus 2000, si rivela superiore al già buon esordio a 33 giri del 1970. Il suono è maggiormente curato e gli arrangiamenti più azzeccati e aderenti allo stile compositivo del complesso. I pezzi, più dilatati rispetto a quelli di CIRCUS 2000, sono come sempre in bilico tra sonorità californiane e progressive melodico di stile anglosassone e sembrano ancora una volta modellati sulla splendida voce di Silvana Aliotta. La lingua adottata è l'inglese, come già accaduto in precedenza.
La produzione è affidata a Sandro Colombini, da poco uscito dalla Numero Uno, mentre le registrazioni avvengono negli studi Play-co di piazzetta Pattari a Milano (gli studi casalinghi della Ri-Fi).
Nella formazione, intanto, c'è stato un cambio: il batterista Roberto Betti è stato sostituito da Franco Lo Previte. Invariati i restanti 3/4 della formazione, con Silvana Aliotta (voce, percussioni), Marcello Quartarone (chitarre e voce) e Gianni Bianco (basso e voce).
I Circus 2000 si sciolgono poco dopo la pubblicazione di questo disco, Silvana Aliotta collabora con Procession e Bennato e ríavvia una carriera solista interrotta tempo prima, incidendo diverso materiale tra cui una bella versione di Long Train Running dei Doobie Brothers.
Lo Previte entra nei Duello Madre, collabora brevemente con Battisti e suona con i Nova di Corrado Rustici. Quartarone e Bianco, invece, si ritroveranno tempo dopo nel progetto "Il Vangelo secondo Barabba"
Da 'Escape fron box' Viene estratto un singolo con la lunga 'Hey Man' divisa sui due lati, ed è il primo brano che vi propongo questa sera.


Dal Festival Pop di Reggio Emilia a quello di Travagliato, dalla 1° Rassegna di Musica Popolare di Roma a una serie di concerti itineranti denominati Estate Pop, la band composta da Vito Paradiso (voce e chitarra), Matteo Vitolli (flauto e chitarra), Gilberto Trama (fiati e tastiere), Eddy Lorigiola (basso) e Ricky Rebaioli (batteria ex New Dada e Nuovi Angeli) è ormai pronta e matura per il grande salto; entra in sala di registrazione e nell'ottobre del 1972 esce con un album dal titolo singolare quanto esagerato: 'Io non so da dove vengo e non so dove mai andrò, uomo è il nome che mi han dato'. I testi del cantante Vito Paradiso sono conditi di ansie e paure ('Fuga e morte') e ricordi del passato di un vissuto che rievoca persone e situazioni ('Indietro nel tempo' e 'Paura del niente'); le musiche di Gilberto Trama e Matteo Vitolli, in una visione d'insieme, sono molto interessanti e comunicano, in una divergenza di stili, i diversi stati d'animo.
Dall'hard-rock dell'opening track ai suoni acustici e misteriosi di 'Smarrimento' e 'Voglia di rivivere', fino ai tratti drammatici di 'Cimitero di guerra'. Impronte progressive contrassegnate da lunghi fraseggi di chitarra, accompagnate dalle sapienti linee del flauto, in contrasto con i momenti di pausa che s'incontrano lungo il cammino. Un disco intenso, energico, dissonante. Al tempo l'album viene praticamente bocciato dalle recensioni e mal supportato dalla Mercury e quindi lo scioglimento della band è il risultato inevitabile.
'Smarrimento' è forse la punta più alta di tutto l'ottimo lp.


Più che i testi rivestiti di uno spiccato orientamento religioso, colpiscono la durezza del suono, la dinamica degli interventi strumentali, basati su un deciso hard-rock. Non mancano le soluzioni acustiche o jazzate, e forse non mancano neanche vistose contraddizioni, ma siamo comunque su livelli qualitativi elevati. La talentuosa band genovese "timbra" la sua pagina progressiva con un concept vibrante, che non disdegna dinamiche sinfoniche né virate improvvise verso il rock più classico, offrendo soluzioni sempre equilibrate. La tonalità solenne e sacrale dell'organo apre 'Fede, speranza, carità', ma è l'impetuosa entrata in scena della chitarra elettrica che conduce la musica dei J.e.t. su percorsi heavy e volutamente grezzi; questa lunga prima traccia non conosce soste né attimi di incertezze, fino a raggiungere un punto di mediazione tra hard e progressive di eccellente valore. Di uguale intensità il secondo brano, Il prete e il peccatore (Fede); con la parte cantata più enfatica, cosa che non penalizza l'ottimo livello dell'arrangiamento. Con C'è chi non ama (Speranza), che apre la seconda facciata, i J.e.t. si concedono un momento di riflessione: un intermezzo acustico ma solenne prima di riprendere il discorso enfatico e pungente della prima traccia con Sinfonia per un re (Carità). Raffinata la composizione posta in chiusura di album: Sfogo, basata su un elegante tessuto jazzato sostenuto da un importante format ritmico. Una conclusione che da valore aggiunto a una delle pagine più significative del rock italiano degli anni Settanta.


Per molti questo disco rappresenta un passo avanti rispetto al precedente 'Searching for a land', per altri, invece, 'UT' si pone su un gradino inferiore rispetto al doppio album cantato in inglese. Comunque sia, non c'è dubbio che UT segni la fine della prima fase, storica, della carriera del gruppo genovese: è qui, infatti, che si celebra la rottura definitiva tra Nico Di Palo, la cui impostazione musicale domina l'album, e Vittorio De Scalzi, che addirittura partecipa quasi in veste di ospite, intervenendo solo come chitarrista in un pezzo. Nel giro di pochi mesi sarà bagarre, con dispute legali sull'utilizzo del nome e dischi incisi da improbabili frammentazioni di uno dei più importanti complessi pop italiani.
Registrato da Plinio Chiesa negli studi Fonit Cetra di via Meda, a Milano, UT è forse il disco più progressive che i New Trolls abbiano fatto sino a quel momento. In undici giorni di registrazione, nel novembre 1972, i New Trolls confezionano un piccolo capolavoro, un disco compatto e omogeneo ma non per questo privo di grande varietà stilistiche, dove le istanze hard di Di Palo vengono smussate dai sempre riusciti impasti vocali e dal raffinato pianismo di Maurizio Salvi.
La sezione ritmica, formata da Gianni Belleno e dall'eccellente bassista italo-canadese Frank Laugelli, assicura un tappeto sonoro su cui si innestano, con riuscita calibrazione, la chitarra di Di Palo e le già citate tastiere di Salvi. È della partita anche Vittorio De Scalzi, che le note di copertina indicano come chitarrista, ma che il suo apporto sia limitato lo si capisce anche senza aver letto i crediti, infatti interviene solo in 'I cavalieri del lago dell'Ontario'.
In apertura di seconda facciata, nella lunga e serrata 'C'è troppa guerra', Nico Di Palo dà indicazioni chiare del futuro prossimo del complesso: un hard-rock di grande impatto dinamico, cantato in italiano e caratterizzato dall'inconfondibile voce del chitarrista genovese.


Incoscienza o eccessivo coraggio? Cosa abbia spinto la PFMa pubblicare un disco come 'Chocolate Kings' per il mercato americano non è, ancora oggi, ben chiaro. Testi aggressivi e fortemente critici della società statunitense e una copertina sarcastica e irriverente per un tentativo di conquistare definitivamente quei mercati. Mercati dominati da impresari di origine ebraica, sicuramente poco inclini ad accettare che un semisconosciuto gruppo rock italiano, dopo aver pubblicato un disco così critico verso la loro società e verso il capitalismo che rappresentano, sì permetta addirittura di partecipare a concerti organizzati per sostenere la causa palestinese.
Per la PFM è la fine di qualsiasi possibilità di permanenza nel mercato americano: i dischi spariscono immediatamente dai negozi, nessuna ipotesi di nuove tournée americane viene presa in considerazione, praticamente i musicisti vengono gentilmente (ma neanche tanto) pregati di far le valigie e tornare a casa propria. Ma cosa è Successo? Lanzetti e Pagani, gli autori dei testi, hanno veramente pensato di far breccia sul pubblico americano criticandone costumi e società, scavalcando il potentissimo filtro dell'establishment discografico? Oppure, cosa che appare incredibile, hanno completamente sottovalutato gli effetti di quelle liriche velenose? In realtà c'è anche una terza ipotesi che immagina i musicisti ormai sopraffatti dalla fatica di promuoversi continuamente in un mercato sconfinato come quello americano e desiderosi, quindi, di ridimensionare il loro raggio d'azione, magari rinunciando alla discografia statunitense, e per poi aprire nuovi orizzonti come quello giapponese. In questa ottica potrebbe avere un senso scaraventare in faccia al pubblico americano un velenoso commiato che allo stesso tempo può favorire l'apertura o il rafforzamento di mercati alternativi. Qualunque siano state le ragioni di questo tremendo autogol, le conseguenze saranno pesanti sul piano professionale: la PFM scompare dalla scena americana e viene sostanzialmente osteggiata anche in Italia, a causa dell'eccessiva esterofilia dell'ultima produzione, e sul piano dei rapporti interni, si registra l'abbandono di Mauro Pagani su cui potrebbero aver influito le reazioni degli altri musicisti alle liriche al vetriolo che tanti guai hanno causato.
Il disco però, sviscerato da tutte le dietrologie esplicate, rimane forse il loro vero capolavoro, con la superba voce di Bernardo Lanzetti a suggellare ogni più recondito sospiro. Ascoltare per credere l'incredibile ' Out of a roundabout'


Che sia un disco strano è oggettivamente incontestabile, ma che sia strepitoso anche. In quel 1972 italiano, Alan Sorrenti deve essere sembrato un marziano musicale; poi è stato facile, col passare degli anni, arrivare a facili paragoni: Tim Buckley e poco altro. ARIA è, però, disco da punteggio pieno, uno di quelli che ti incolla all'ascolto per tutta la prima facciata, quella della suite che dà il titolo all'album, e non perché il restante materiale sia più scarso, ma piuttosto perché la lunga 'Aria' reca in sé una tensione continua che coinvolge. Le continue evoluzioni musicali del protagonista, la solida ritmica e gli indovinati innesti dei solisti (e tra questi Jean-Luc Ponty), tutti contribuiscono a un pathos ininterrotto, tutti vanno ad assemblare un quadro magnifico, pieno di colori e di sfumature, dal quale è difficile staccarsi.
Le tre composizioni, senz'altro più canoniche, della seconda facciata, ci mostrano un cantautore impegnato nella sua personale ricerca sulla vocalità, capace però di nasconderla in melodie più accessibili e rivestendola di testi più immediati, ma mai banali.


Succede che Bambi Fossati, da sempre innamorato di ix, tanto da assomigliargli anche fisicamente in qualche foto ingialita dal tempo, si reinventa una nuova psichedelia e confeziona un album bellissimo, composto da due sole, lunghissime elaborazioni strumentali, due cavalcate permeate di blues e di acido, dove testo e musica si fondono mirabilmente. Eh sil Per un po' sembra di sentire le lunghe improvvisazioni dei Grateful Dead e dei Quicksilver Messenger Service, alfieri di un suono che in quel 1973 sta soffrendo non poco i mutamenti socio-culturali in atto nella società occidentale, ma che sono ancora vivi nei ricordi di tanti appassionati. E il miracolo di 'Astrolabio' è anche questo: è un disco in linea coi tempi che si rifà, è vero, a certa psichedelia ma che attualizza il tutto in un prodotto dal massimo coinvolgimento emotivo. 'Madre di cose perdute', la migliore delle due, si sviluppa per tutta la prima facciata interrotto da repentini cambi di atmosfera, volti a ricordare l'influenza di Hendrix sul suono del leader e da qualche rock'n'roll ben confezionato.


E con questo mi sono preso l'ultima puntata per "straforare" di brutto la mia ora in appalto su Radio Disco Club, sperando nella clemenza di Gian e di tutti voi che mi avete bonariamente seguito.
Ci si sente, forse, se verrò perdonato dal boss per la lungaggine, dopo le vacanze e naturalmente... Prog on!

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