Blue Monday di Dario Gaggero

Buonasera a tutti e benvenuti a quella che – se ho fatto bene i miei conti – potrebbe essere l'ultima puntata di Blue Monday.
Quest'esperienza della radio avrà un seguito? E in che forma? Rimanete sintonizzati e lo scoprirete.

Stasera parliamo di British Blues, signore e signori! Ovverosia di quella passione che ha colto i giovani e meno giovani appassionati di musica della Terra d'Albione e che li ha portati dapprima ad un'imitazione dei modelli afroamericani e in seguito ad una espressione musicale non priva di una certa originalità (e oggetto a sua volta di numerose imitazioni).
I primi esempi di British Blues sorsero in maniera più o meno spontanea dai vari ensemble jazz, dei quali il blues veniva piuttosto frettolosamente considerato un antesignano tout court. In particolare fu la Chris Barber Jazz Band ad accompagnare (spesso in maniera non esattamente impeccabile, ma i tempi erano quelli che erano) i primi grandi bluesmen americani di passaggio in Inghilterra.
Eccoli ad esempio fiancheggiare Muddy Waters nella sua celebre 'Hoochie Coochie Man':

Proprio dalla band di Chris Barber si staccarono quelli che vengono considerati i veri e propri padri della scena blues inglese: Cyril Davies e Alexis Corner, che fondarono un 'collettivo' dall'organico piuttosto variabile dal nome Blues Incorporated. Da questa band passeranno - in qualità di membri effettivi, semplici ospiti o imberbi adepti del verbo afroamericano gran parte dei futuri protagonisti della scena inglese. Il loro album manifesto è stato senza dubbio il pioneristico 'R&B from the Marquee' (1962), del quale sentiamo un estratto.

Se alla fine degli anni '50 – complice anche l'esplosione di una musica 'povera' come lo skiffle - il blues veniva visto in Inghilterra come musica primitiva e priva di compromessi commerciali (un po' come succederà negli Stati Uniti alla metà degli anni '60 con il boom del folk blues e la 'conversione' di musicisti elettrici come John Lee Hooker e Lightnin' Hopkins) il sound elettrico che caratterizzava i dischi blues provenienti dagli States americani lasciò un segno molto profondo presso i bluesmen inglesi, che fecero del volume e dell'elettricità delle loro caratteristiche di spicco.
Il primo gruppo ad emergere dalla scena del Marquee fu una formazione di puristi del blues presto convertitasi a suon di singoli in classifica: sto ovviamente parlando dei Rolling Stones. Eccoli nel 1964, impegnati in una cover della 'Little Red Rooster' resa celebre da Howlin' Wolf.


Nel bienno '64/'65 praticamente tutte le band emergenti d'Inghilterra avevano almeno una cover blues in repertorio, anche quelle che poi avrebbero trovato una strada originale e – in molti casi – piuttosto lontana dalla musica afroamericana. Eccovi ad esempio la 'Got Love If You Want It' dei Kinks, cover di Slim Harpo tratta dal loro primo LP (1964).

...e la 'I'm a man' degli Who, estratta dal loro celebre 'My Generation' (1965)


Per non parlare dei Manfred Mann che guidati dalla voce e dall'armonica di Paul Jones impostarono la prima parte della loro carriera a un rhythm and blues dalle sfumature jazzate...prima di dedicarsi (complice anche un rimpasto di formazione) ad un proto-bubblegum che li fece 'sfondare' negli States.

Altri gruppi tentarono invece di seguire la strada degli Stones, dichiarando apertamente la loro passione per il blues e facendone una delle loro caratteristiche principali.
E' il caso degli Yardbirds, eredi della residency al Marquee dei Rolling Stones, primo veicolo di successo per la chitarra di un giovane Eric Clapton e in seguito avventurosi sperimentatori sonori con l'avvento di Jeff Beck come suo sostituto.
Eccovi la loro versione di 'Five Long Years' di Eddie Boyd, tratta dallo storico 'Five Live Yardbirds', inciso dal vivo nel 1964.

 

...o degli Animals, provenienti non da Londra ma da Newcastle e guidati dalla carismatica voce di Eric Burdon. Come già accaduto agli Yardbirds prima di diventare noti ebbero anche il non facile compito di accompagnare il bizzoso Sonny Boy Williamson in alcune date inglesi. Tratta dal loro primo, omonimo LP ecco la loro versione di 'Dimples' di John Lee Hooker.



Uno dei dischi più importanti per lo sviluppo del rock blues è stato senza ombra di dubbio quello che ha visto l'incontro di John Mayall con Eric Clapton, fresco transfuga degli Yardbirds. John Mayall è stato (ed è ancora, visto che continua a calcare i palchi di mezzo mondo alla veneranda età di 86 anni) un vero punto di riferimento per la scena inglese e ha 'lanciato' un numero di chitarristi davvero impressionante (oltre a Clapton si possono citare a mo' di esempio nomi celeberrimi come Peter Green, Mick Taylor e Coco Montoya), sfornando nel contempo album inventivi e mai banali con il blues come comune denominatore. Il già citato 'John Mayall Bluesbreakers with Eric Clapton' (1966) sfoggia un suono di chitarra senza precedenti (Clapton abbandona la Telecaster per 'inventare' la combo Les Paul + Marshall) che verrà imitato da generazioni di aspiranti bluesmen.

Anche l'esperienza con John Mayall avrà breve vita e Clapton si trovò, quasi suo malgrado, ad essere la stella più in vista del primo vero supergruppo inglese, i Cream. Anche se si sarebbe in seguito evoluto in un progetto sempre in bilico tra psichedelia e virtuosismo strumentale di ispirazione jazzistica il trio formato da Clapton, Jack Bruce (basso e voce principale) e Ginger Baker (batteria) pubblicò un debutto con pezzi blues decisamente in evidenza. Stasera sentiamo la loro versione di Spoonful, tratta da 'Fresh Cream' (1966).

Mike Vernon è stato una figura importantissima della scena blues inglese: come in-house producer per la Decca ha prodotto praticamente tutti gli album indispensabili di John Mayall ed ha messo la 'firma' su numerosi altri classici come ad esempio il primo Ten Years After (1967)

Nel mentre ha fondato la Blue Horizon, inizialmente una sorta di vanity label nata per pubblicare brani rari di bluesmen americani (la prima uscita è stato un 7" contenente due brani di Hubert Sumlin, storico chitarrista di Howlin' Wolf) e in seguito fortunatissimo veicolo di lancio per superstar internazionali come i Fleetwood Mac.
Nati nel 1967 da una costola dei Bluesbreakers (Green e McVie registrarono insieme a Mayall il fondamentale 'A Hard Road') si affermarono sin dai primi vagiti come una delle voci più autorevoli del primo blues inglese, spronati dalla fenomenale chitarra di Peter Green. Ecco un estratto dal loro primo album, registrato alla fine del 1967:

 

Un altro gruppo di grande successo legato alla Blue Horizon furono i Chicken Shack che avevano due assi nella manica come Stan Webb (chitarra e voce) e Christine Perfect (tastiere e voce), quest'ultima in seguito nei Fleetwood Mac. Questa 'First Time I Met the Blues' è tratta dal loro primo album '40 blue fingers, freshly packed and ready to serve' (1968).

Il 1968 vide anche la pubblicazione di 'Truth', il primo album solista del pirotecnico Jeff Beck. Ad accompagnarlo in questa sua avventura musicale (fondamentale quanto antesignana di certo hard blues che dominerà le classifiche negli anni immediatamente seguenti) c'erano uno sconosciuto Rod Stewart alla voce, Ron Wood al basso e Micky Waller alla batteria.

E a proposito di ex-Yardbirds...chiudiamo la carrellata di questa sera con il chitarrista che aveva sostituito lo stesso Beck per l'altalenante 'Little Games'. Sto ovviamente parlando di Jimmy Page, che interruppe la brillante carriera di session-man per entrare negli Yardbirds e fondare in seguito i Led Zeppelin che lo consacreranno guitar hero di status internazionale. I primi due album del gruppo portarono alle estreme conseguenze molte delle idee già presenti in 'Truth' di Beck, in un'esplosione elettrica che fece storcere il naso ai puristi ma che ottenne un enorme successo di pubblico.

Con i Led Zeppelin chiudiamo questa carrellata, che ovviamente non può definirsi esaustiva (davvero troppi i gruppi che si sono abbeverati al British Blues!) e chiudiamo anche la (prima?) serie di 'Blue Monday'.
E' stata una bella avventura e ringrazio chi mi ha pazientemente seguito durante il lockdown e chi ha continuato a farlo anche dopo. Ci vediamo in negozio,
Dario.

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