Profumo di colla bianca di Mauro Costa

Ben ritrovati da Mauro 'Stellameringa' Costa tra una domenica che sta per finire e un lunedì che sta per principiare.
La scorsa settimana ho lanciato due prog quiz, uno è stato risolto l'altro invece non ha avuto nemmeno un tentativo, nemmeno uno che si sia lanciato a provare a indovinare. Non era facile né intuitivo.
In questo video appositamente costruito, avrete entrambe le risposte.
E così incominciamo la trasmissione in maniera poco usuale.


Non sono mai stato particolarmente amante del 'sound' degli Uriah Heep nemmeno in blasonati lavori quali 'Salisbury' e 'Demons and Wizards' considerati piuttosto unanimemente i loro migliori. Poi quando il declino si era fatto piuttosto preoccupante, nel 1976, danno alle stampe un album, 'High and Mighty' la cui prima facciata (la seconda è dozzinale e, a mio parere, per niente interessante) resta davvero un piccola semplice gemma in un panorama troppo complesso per la loro portata. Il loro sound si era, fortunatamente, semplificato, ma tutto ciò, a tratti, significava il raggiungimento di una dimensione che maggiormente si confaceva alle caratteristiche del gruppo. Ed era una dimensione in cui ci stavano davvero alla grandissima. Ecco quindi una ballata, sicuramente commerciale, ma molto, molto accattivante, ' Weep in Silence' che è anche il brano più intenso di un primo lato dell'album davvero riuscito.

Museo Rosenbach Superuomo , Il Tempio Delle Clessidre
Quest'album, come tutti sappiamo, ha avuto la vita segnata da una serie di sfighe incredibili che, da possibile capolavoro acclamato nel 1973, lo fecero diventare una sorta di oggetto misterioso rivalutato poi fuori tempo massimo.
Non sto a rivangare la scelta del nero pece per la copertina, con il busto di Mussolini inserito nell'Arcimboldo fantastico ideato da Cesare Monti, il titolo che riportava a un filosofo icona della destra di allora e via discorrendo, perché lo sappiamo tutti; quello che non tutti sanno è che l'album fu letteralmente martoriato in fase di missaggio dai tecnici della Ricordi.
Ancora non si sa se per imperizia, se per il fatto che la dovevano far pagare al gruppo etichettato come fascista (e non lo erano per niente) o perché qualcuno avesse furiosamente litigato con i tecnici, sta di fatto che 'Zarathustra' fu messo su vinile in maniera letteralmente invereconda.
Le due "tragedie" più eclatanti, tra le decine sparse in 40 minuti, furono il volume della voce di Stefano "Lupo" Galifi spesso e volentieri assolutamente sovrastata dagli strumenti e l'estromissione delle parti di chitarra come fosse l'aglio per un vampiro.
Sul primo riferimento vi rimando all'ascolto dell'originale anni 70, mentre per la seconda cosa vi invito ad ascoltare la comparazione tra la versione del 1973 e quella rifatta del 2012 della parte finale de 'il tempio delle clessidre' (da cui, tra l'altro, è stato tratto il nome del gruppo dove spicca la bella e brava Elisa Montaldo). Dopo il brano originale ho quindi inserito anche gli ultimissimi minuti del rifacimento di otto anni fa con il povero Giancarlo Golzi che ancora era tra noi.
Incredibile come l'assolo di chitarra, che era traccia portante del finale, sia stato completamente zittito nel missaggio originale tanto da stampare una serie di ripetizioni tastiere, basso e batteria che alla fine, se prese a se stanti, risultano persino stucchevoli.
La chitarra si percepisce, aguzzando le orecchie, lontanissima in sottofondo, quando doveva essere preponderante , illuminante e conducente.
Ma nemmeno un bambino dell'asilo avrebbe fatto un simile assurdo mix.
Il gruppo protestò vibratamente, ma non li stettero nemmeno a sentire.
La versione rifatta del 2012 vi da l'idea di come doveva essere mixata quella del 1973.
Certo che è incredibile come un disco rovinato da una miriade di avversità sia considerato oggi tra i capolavori indiscussi del prog italiano, rivalutato semplicemente riascoltando, con orecchie non contaminate da dicerie, quello zircone che avrebbe dovuto, per meriti, essere un diamante.
...shine on you...crazy diamond!!!


Gli errori in fase di stampa, voluti o meno, come in questo caso che vi sottopongo ora, non si limitano però al semplice mercato italiano
Nel 1973 uscì un mastodontico triplo album live degli Yes chiamato semplicemente 'Yessongs' che dal punto di vista non certo artistico, ma tecnico, di stampa e soprattutto di editing lasciava indubbiamente a desiderare; solo un super ritrovamento tra gli archivi con tutte le date del tour ha permesso di scoprire che le registrazioni di quel concerto non erano poi così malvagie;
Un esempio tra tutti i brani massacrati dalla Atlantic:'Yours is no disgrace' scelto per essere messo sul live nella tappa di Athens in Gorgia del 14 novembre 1972 (anche se per errore nel filmato viene indicata la data del giorno dopo) e successivamente editata su Yessongs con una mutilazione di 2 minuti e 20 secondi nella intro, ma spezzettata soprattutto nella parte centrale; in aggiunta, e questa è la parte più dolente, l'allineamento del filtro dolby era totalmente errato e gli strumentisti posti a casaccio sul palco in fase di missaggio su disco.
Qui, nella versione rimasterizzata e fortunatamente rimissata da multitraccia originale, con il riallineamento del filtro dolby, con il corretto posizionamento degli strumentisti sul palco e mantenendo la sua intera lunghezza di oltre 16 minuti, è tutt'altra musica.

Serata di nomi blasonati, invece dei soliti oscuri gruppi che piazzo spesso e volentieri nella speranza che destino un qualche interesse, una qualche rivalutazione molto postuma.
Resto quindi nel conosciutissimo e vi faccio ascoltare un brano dei Jethro Tull da un album che avrebbe meritato ben altra sorte. Schiacciato dal precedente lp che era stato salutato come un grandioso ed inaspettato ritorno al capolavoro, e mi riferisco al celebratissimo 'Songs from the wood', esce un po' in sordina un lavoro, che pur non essendo migliore del precedente, gli resta degnamente al fianco. Sto parlando di 'Heavy Horses' , il secondo lp di quella che è un po' considerata la trilogia folk del gruppo (il terzo è l'ottimo 'Stormwatch'). Da questo lp una piccola ballata medioevale, 'Acres Wild', costruita melodicamente in maniera divina, come solo un ispiratissimo Ian Anderson poteva redigere.


Concludiamo con un altro supergruppo che non ho mai avuto il piacere, per un motivo o per l'altro, di vedere dal vivo. Quest'anno avevo preso i biglietti sei mesi prima per un concerto che si sarebbe dovuto tenere ad Aprile al Politeama Genovese ma che è stato posticipato a settembre a causa della tristemente nota pandemia, anche se temo che persino quella data verrà cancellata o speriamo nuovamente posposta.
Sto parlando, come forse avrete già capito, dei 'Van Der Graaf Generator', un gruppo piuttosto atipico nel panorama del prog britannico, uno dei pochi, forse, non totalmente disprezzati dal movimento punk che nel 1977 avrebbe spazzato via per qualche tempo ogni rigurgito progressivo in ogni angolo del globo terracqueo.
Questo perché i loro brani erano acidissimi, anche a livello testuale, e poco pomposi a parte qualche rara eccezione che concedevano alla melodia, sul sicuro sentiero tracciato dalla musica progressiva dei primi anni settanta da cui si discostavano spesso e volentieri.
Ecco quindi, incastrato nel fantastico album del 1970 'The Least We Can Do Is Wave To Each Other', uno di quei rari esempi melodici, scandito dalla voce calda e suadente di Peter Hammil; si tratta di 'Refugees' che narra di un gruppo di uomini e donne che si inoltra verso Ovest, in fuga, volontaria o imposta, da un mondo gradevole ma ostile.

"...Noi camminavano solo tra di noi, talvolta mano nella mano
Attraverso la linea sottile che separa il mare e la sabbia
Sorridendo in piena pace
Iniziammo ad accorgerci che avremmo potuto essere liberi
E ci dirigemmo tutti assieme verso Ovest..."

Una gemma.

Ci si sente, bontà vostra, domenica prossima e natural

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