Musica italiana

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 ILARIA PASTORE - Il faro la tempesta la quiete

Ci sono figure nella popular music, che loro malgrado si attirano attenzione perché sembrano il risultato di un esperimento di laboratorio alla ricerca del contrario perfetto di un modello esistente, e magari pure vincente. Prendiamo il caso di Ilaria Pastore, cantautrice milanese al secondo disco, qui, dopo una bella avventura sonora di un paio d'anni fa. Se provate ad analizzare il tutto col bisturi e i vetrini del rock cantautorale, arriverete in fondo a questo bel cd con la sensazione di aver ascoltato il rovescio di qualcosa. Chiariamo: il rovescio esatto di Carmen Consoli. Laddove la Signora di Catania si diverte a complicare testi e dizione, magari strapazzando assonanze e accenti, Ilaria Pastore asciuga e semplifica. Se Consoli cerca il termine fuori contesto che, inserito in una frase, ne turbi l'armonia interna innescando il cortocircuito, Ilaria Pastore  dissecca il vocabolario fino a trovare la parola più convenzionale che rinnovi il miracolo di una  lingua comunicativa ma tutt'altro che sciatta. Non è una gara né un duello, sia chiaro, ma qualcosa che salta in mente gustandosi la misteriosa semplicità delle canzoni di questa giovane donna che, evidentemente, ha trovato una chiave che apre molte serrature poetiche: E i suoi ritratti di donne funzionano a tutto tondo, non come figurine senza spessore. (Guido Festinese)

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 PIACERI PROLETARI - Piaceri Proletari

Il testo che intitola il disco e dà nome e gruppo va subito riportato: “Lungo l'Arno silenzioso /sedevano amari/due pescatori solitari/Tra bottiglie ed immondizie/ tacevano ignari/ godendo/ piaceri proletari”. Se siete ancora orfani per la mancanza di Piero Ciampi, se i “disperati intellettuali e ubriaconi “ di Rondelli fanno parte del vostro Dna, non perdetevi i Piaceri Proletari. Che poi sarebbero quei due spiritacci di Giulio Bracaloni e Matteo Torretti, peraltro anche ottimi frequentatori di corde grandi e piccole, qui in compagnia di sette musicisti eccellenti con fiati, ritmica e fisarmonica che fanno del loro meglio per fare del loro peggio, ovvero cercare di suonare come se fossero a un incrocio trafficato. Canzoni oblique e sbilenche, lampi d'umanità stranita trovati scavando nella raccolta indifferenziata, poesia di strada e strade di poesia. Per di più il disco è stato realizzato, parole loro, con “elemosine on line”, la fase sottoproletaria del crowdfunding, in pratica. Uno spasso, insomma. (Guido Festinese)

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PIVIO - It's Fine, Anyway

Ci sono musicisti che proprio non hanno bisogno di petizioni di principio o di difensori d'ufficio. Depone a favore la loro stessa vita di lavoro con le note, magari incanalatasi in rivoli e derive non previste, tutte degne di attenzione, comunque. E attenzione Pivio ne ha meritata parecchia, grazie anche al sodalizio ormai “storico” con Aldo De Scalzi, premiata ditta colonne sonore di innegabile fascino, e qualche sortita laterale al mondo dei pentagrammi costruiti per scorrere assieme alle immagini, e creare emozioni e racconto. Dunque Pivio può rivendicare una carriera solista ed affidabile, una competenza tecnica decisiva, una fantasia sbrigliata e attenta assieme. Però, quando scrive per sé, soprattutto, Pivio torna ad essere il ragazzo magro e un po' dark che in una Genova assai più livida di trent'anni fa e oltre sincronizzava i battiti cardiaci con quelli di Berlino, nel momento in cui anche il Duca Bianco s'era fatto una bella scorpacciata di suoni sintetici, elettronica applicata alle canzoni e “eroi per un giorno” attorno al Muro che divideva la città non ancora capitale della tendenza. Erano ribelli anche loro, quelli che maneggiavano sintetizzatori e vocoder, primordiali VCS3 floydiani e mellotron sempre ai limiti della stonatura e, naturalmente, chitarre elettriche. Avevano in uggia certo gigantismo malato che intorbidava le acque stagnanti del prog rock, erano punk con uno stile superiore. Vedi alla voce Sylvian o Joy Division. Prendere o lasciare. Tutto questo Pivio l'ha rimesso in circolo per costruire il suo disco d'epoca che invece esce qui e ora, con l'aiuto di Andrea Maddalone, Giampiero LoBello, un assortito ensemble di esperti archi liguri, il vecchio amico Marco Odino. Ogni brano avrà il suo videoclip, la somma del tutto sarà anche un film. Bella scommessa. “Prospettive zero/ passo la vita sottoterra./ Le generazioni ti passano accanto /e il sipario è sempre troppo corto per le mie storie”, canta in I'm Not Gloing Anywhere. (Guido Festinese)

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OUT SOUTH - Dustville

Uno legge nome del gruppo e titolo, e gli viene da pensare a chi siano questi signori “laggiù nel Sud” che suonano cose sulla “città della polvere”. Dunque, il Sud, con bella ironia, è quello di quattro musicisti siciliani innamorati di suoni elettrici decisamente radicati negli States: quel blues rock a volte infiltrato di tex mex e di compite rilassatezze alla J.J. Cale, o alla Ry Cooder,  che molto piace anche dalle nostre parti. Hanno in formazione una bella ritmica puntuale,. Chitarre elettriche ed acustiche, slide e dobro-mandolino . Non una voce, per meglio sottolineare silenzi ed incastri tra corde e percussioni. I western spaghetti li giravano in Spagna e in Ciociaria: perché il rock blues strumentale non dovrebbe arrivare dalla Trinacria, ai confini tra la Louisiana e il Texas?  (Guido Fedstinese)

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DARIO MUCI - Barberia e Canti del Salento Vol. II

Secondo affondo dello straordinario vocalist e ricercatore pugliese a caccia delle tracce di una tradizione del Sud tutto, e qui nello specifico pugliese, che non poco ha contribuito, anche, a far nascere e influenzare le note afroamericane. La musica da barberia  è uno splendido segreto da rivelare ed approfondire: nei negozi delle lame e delle forbici del Meridione i barbieri erano spesso anche eccellenti musicisti alfabetizzati, che insegnavano a suonare ai giovani, andavano a fare le serenate, divulgavano le più belle arie d'opera, facevano conoscere i “nuovi” balli di coppia come mazurke, polche, valzer. Note che si affiancavano a quelle “trad” della pizzica, fenomeno oggi diventato spettacolo di massa con la Notte della Taranta. Sta di fatto che qui trovate una silloge magnifica di brani “da barberia” eseguiti con scrupolo e passione, ma accostati, anche, a indiavolate incursioni nel canto “trad”. Non bastasse, al cd è accluso un dvd realizzato dal giovane cineasta Mattia Soranzo, che ricostruisce con passione e competenza la storia degli ultimi protagonisti delle note di barberia, una vicenda complessa, fascinosa, e forse anche un po' magica. (Guido Festinese)

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ORCHESTRA BAILAM - Taverne, Café Amán e Tekés

Meno male che la Bailam c'è, verrebbe voglia di dire, sbeffeggiando un po' un celebre slogan politico-affettivo demenziale. Meno male che ce l'abbiamo noi, a Genova, che un tempo fu porta del Mediterraneo, ed ora più che nobile portone è una bascula passagatti per randagi disillusi. Loro, da decenni, con un'ostinazione motivata che da sola dovrebbe garantire qualche spicciolo di eternità e soldini per buon vivere, portano avanti un discorso storico musicale che, sulla bilancia degli spessori culturali, pesa come piombo. Loro sono la memoria che, in zona mediorientale, per secoli la gente s'è incontrata, mescolata, scambiata esperienze. A volte sono stati cazzotti e lacrime, spesso ricettari quasi in comune, parole che fluttuavano come semenze in volo da una lingua all'altra, e tanto altro ancora. Ecco allora che Taverne, Café Amán e Tekés ci racconta ancora una volta la storia di città dove era ben facile trovare da bere e da gustarsi la vita, di transiti di ebrei sefarditi, greci, egiziani, armeni, e via citando. Una bella bastonata sulla testa fragile della tolleranza arrivò con la guerra turco- greca del 1922 (peraltro, guarda caso, la stessa data d'inizio del regime del Mascellone in Italia), tant'è che ne scaturirono generazioni di dropouts greci che per i loro conterranei erano troppo turchi, e per i turchi troppo greci, e s'inventarono il loro blues, il Rebetiko. Il Quintetto è in gran forma, plettri e fiati e pelli ad inseguire belle contorsioni sonore da danza del ventre - e oltre - sono stati lustrati a dovere. Non c'è il Trallalero, come nel precedente Galata, ma è garantita comunque un bella schiera di ospiti eccellenti, a impreziosire di dettagli vocali e strumentali il tutto. E i testi tradotti in italiano aiutano ad entrare nello spirito, se non nella lettera. (Guido Festinese)

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