Musica italiana

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CARLO AONZO TRIO - A Mandolin Journey

Si parte con una trascinante suite di polke, il ballo binario che gli immigrati tedeschi portarono nel Midwest degli Stati Uniti, tutt'ora conosciuto come “polka belt”, la cintura americana della polka. E poi, a seguire, e con effetto di accumulo pirotecnico di note spurie da pentagrammi diversi che più diversi non potrebbero essere, un'aria di Puccini  che già aveva trovato posto su un disco con Beppe Gambetta ( “O mio babbino caro”), una suite di swing italiano, una mazurka, una suite latina con posto d'onore per Jacob do Bandolim, Bongusto e Carosone, David Grisman e Antonio Vivaldi. Tutto, e tutto assieme, purché legato dalla maestria del saper metter mano su quelle quattro corde doppie. Carlo Aonzo qui dialoga con musicisti di spessore e gusto come Lorenzo Piccone alla chitarra e Luciano Puppo al contrabbasso. Un secolo e più fa questa sarebbe stata musica da salone di barberia e da emigranti, in attesa di diventare altro. Oggi è un presagio e una conferma di (buona) globalizzazione, un po' come succede con le note degli amici della Red Wine, e Aonzo può rispondere con i fatti a chi ancora lascia andare un sorriso beota e supponente se sente parlare di mandolino. (Guido Festinese)

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ZIRKUS DER ZEIT – A Shape In The Void

Questo A Shape in the Void degli italiani Zirkus der Zeit è, diciamolo subito, un disco fantastico, Di Genova, il gruppo si muove in territori artistico-musicali dai confini mobili, destreggiandosi e con molta abilità tra prog industriale, elettronica minimale ed ambient atmosferico. Negli undici brani di questo lavoro – contraddistinto da una grafica sobria, ma assai suggestiva, futuristica e esoterica nel medesimo tempo – il paesaggio sonoro è costantemente cinematico, le trame in apparenza oscure e criptiche si aprono all'inflessione melodica, sorrette da una ricerca timbrica di valore e qualità. Pare, a tratti, di ascoltare una moderna rilettura dell'eredità kraut rock, ripresa e trasportata in questo terzo millennio. Si provi ad immaginare, per quanto possa magari apparire inappropriato, un matrimonio fra Tangerine Dream, Unreal City e Section 37. In altri frangenti può venire in mente la new wave sintetica (e colta) dei primi Tuxedomoon. Ma sono solamente vaghi riferimenti, ché l'approccio dei Zirkus der Zeit è assolutamente personale e creativo. Colpisce, in loro, lo spessore e l'alto grado di evocatività. Eccellente, poi, l'interplay di tastiere e voce femminile. Una band già grande, da seguire e valorizzare appieno. (Davide Arecco)

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IL MURO DEL CANTO - Fiore de Niente

Avete presente come iniziavano gli stornelli di una volta, quelli che forse i più giovani hanno ascoltato dai nonni, o sentito sfiorare, nei film,  dalle voci di attori che non ci sono più: “fior di....” iniziava lo stornello, e a ogni giro indicato seguiva descrizione in rima di qualcuno o qualcosa, con sapida capacità di tratteggiare una situazione, un sogno, un volto di persona amata. Fiore de niente, ammetterete, è un bel cazzotto nella pancia. Potrebbe averlo scritto Zero Calcare, lo hanno scritto invece gli amici suoi del Muro del Canto, uno dei gruppi più duri e puri della (ri)scoperta del folk di Roma e dintorni, in chiave folk combat rock. Fiore de niente è il terzo disco, e non fa sconti a nessuno. Ha lo stesso tipo di intransigenza, prendere o lasciare, di Sangue e Cenere dei Gang. Sono staffilate feroci sulla Roma baciapile e papalina, sui troppi ragazzi morti dopo essere finiti tra le mani di altra gente giovane che aveva una divisa indosso, e quindi si sentiva in diritto di decidere della vita degli altri, sulla necessità di tenere occhi e orecchie aperti  (Se i lupi verranno a bottega). Chitarre a mille all'ora, fisarmoniche a condire e speziare il tutto, la voce bassa e amara di Daniele Cioccia. A Roma, alla prima, c'erano quasi duemila persone. A Genova per ora  neppure una data. (Guido Festinese)

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GIORGIO CANALI & ROSSOFUOCO - Perle per porci

Il progetto è un'idea di lunga data di Giorgio Canali. Nel corso degli ormai tanti anni passati a cercare di vivere di musica, si è di tanto in tanto imbattuto in realtà musicali che avrebbero meritato una ribalta che non hanno mai avuto e in canzoni altrui che suscitavano in lui una qualche invidia, ma che all'epoca si presentavano ad audience distratte (perle regalate ai porci appunto)... canzoni che – come lui stesso dichiara ‐ avrebbe voluto aver scritto. In principio è nato il titolo, poi piano piano le canzoni si sono accumulate, qualcuna sconosciutissima, qualcuna più famosa. A metà dell'autunno Giorgio Canali si è chiuso con Rossofuoco in uno studio sulle colline a sud di Bologna e in pochi giorni hanno fatto loro queste perle. "Perle per porci" contiene 13 brani rari, sconosciuti, riarrangiati e presentati sotto una nuova luce. 12 tappe di una specie di antologia del piccolo mondo musicale italofono di Canali & Co." In uscita giovedì 17 marzo.

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FABRIZIO POGGI - Il soffio della libertà

Il “soffio della libertà” è quello della swingante armonica a bocca di Fabrizio Poggi, ed il tutto si chiarisce meglio soffermandosi sul sottotitolo: “il blues e i diritti civili”. Questo è un magnifico, intenso, a tratti commovente viaggio in tredici stazioni musicali a caccia delle note che hanno scandito la sanguinosa lotta dei neri afroamericani per conquistare i diritti civili, a poco più di mezzo secolo da quando il Reverendo Martin Luther King scandì quelle parole di fuoco: “Ho fatto un sogno”. Non solo blues comunque, qui, ma anche ovvie anche se non scontate venature spiritual e gospel: come nella spettacolare Amazing Grace, che Poggi è andato a suonare sulla tomba del Reverendo. Poggi ha riunito qui un parterre di ospiti in blues quasi leggendario: Blind Boys Of Alabama, Charlie Musselwhite, Garth Hudson della Band, Guy Davis, Eric Bibb, Augie Meyers, Ponty Bone, e via citando. Uno sforzo da premiare. E da ascoltare e riascoltare. (Guido Festinese)

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FILIPPO GAMBETTA - Otto Baffi

Capita spesso, ai grandi musicisti che portano un grande nome: da loro ci si attende molto, e loro quindi reagiscono diversificando campi d'azione e sortite, una sorta di inconscia rincorsa a cogliere le opportunità più diverse e dunque spiazzanti, pur di non rimanere chiusi in un'unica definizione. Che oltretutto obbligherebbe alla replica continua. Filippo Gambetta porta un cognome pesante, ma è anche un musicista compiuto che in questo momento coglie i frutti di una radiosa maturità declinata su sponde diverse, a volte complementari, a volte no: dalle note dello choro, la più negletta e palpitante palestra pirotecnica di un Brasile troppo spesso ridotto a tropicalismo e samba, alle incalzanti avventure gaeliche, al canzoniere della memoria racchiuso nella sigla Liguriani, e via citando. Sta di fatto che Otto Baffi, quarto lavoro in studio a suo nome è il lavoro più riuscito e meditato che Filippo abbia sino ad oggi fatto uscire: epitome in dodici stazioni di pentagrammi per la danza di composizione (e che composizioni!) che vivono di meditati ascolti da tutto il folk revival progressivo che ha interessato l'Europa (e oltre) nell'ultimo quarantennio. Con attacchi perentori, una facilità di suono emozionante, una leggerezza affollettata sull'otto bassi - che poi sarebbero in titolo le esse soppiantate alle “f” del fortissimo in notazione - che scongiura ogni accento retrivo. E guarda avanti. Ventidue musicisti ospiti: troppi? Troppo pochi, forse, a giudicare dagli esiti. Ascoltare per credere. (Guido Festinese)

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