Musica italiana

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OUT SOUTH - Dustville

Uno legge nome del gruppo e titolo, e gli viene da pensare a chi siano questi signori “laggiù nel Sud” che suonano cose sulla “città della polvere”. Dunque, il Sud, con bella ironia, è quello di quattro musicisti siciliani innamorati di suoni elettrici decisamente radicati negli States: quel blues rock a volte infiltrato di tex mex e di compite rilassatezze alla J.J. Cale, o alla Ry Cooder,  che molto piace anche dalle nostre parti. Hanno in formazione una bella ritmica puntuale,. Chitarre elettriche ed acustiche, slide e dobro-mandolino . Non una voce, per meglio sottolineare silenzi ed incastri tra corde e percussioni. I western spaghetti li giravano in Spagna e in Ciociaria: perché il rock blues strumentale non dovrebbe arrivare dalla Trinacria, ai confini tra la Louisiana e il Texas?  (Guido Fedstinese)

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DARIO MUCI - Barberia e Canti del Salento Vol. II

Secondo affondo dello straordinario vocalist e ricercatore pugliese a caccia delle tracce di una tradizione del Sud tutto, e qui nello specifico pugliese, che non poco ha contribuito, anche, a far nascere e influenzare le note afroamericane. La musica da barberia  è uno splendido segreto da rivelare ed approfondire: nei negozi delle lame e delle forbici del Meridione i barbieri erano spesso anche eccellenti musicisti alfabetizzati, che insegnavano a suonare ai giovani, andavano a fare le serenate, divulgavano le più belle arie d'opera, facevano conoscere i “nuovi” balli di coppia come mazurke, polche, valzer. Note che si affiancavano a quelle “trad” della pizzica, fenomeno oggi diventato spettacolo di massa con la Notte della Taranta. Sta di fatto che qui trovate una silloge magnifica di brani “da barberia” eseguiti con scrupolo e passione, ma accostati, anche, a indiavolate incursioni nel canto “trad”. Non bastasse, al cd è accluso un dvd realizzato dal giovane cineasta Mattia Soranzo, che ricostruisce con passione e competenza la storia degli ultimi protagonisti delle note di barberia, una vicenda complessa, fascinosa, e forse anche un po' magica. (Guido Festinese)

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ORCHESTRA BAILAM - Taverne, Café Amán e Tekés

Meno male che la Bailam c'è, verrebbe voglia di dire, sbeffeggiando un po' un celebre slogan politico-affettivo demenziale. Meno male che ce l'abbiamo noi, a Genova, che un tempo fu porta del Mediterraneo, ed ora più che nobile portone è una bascula passagatti per randagi disillusi. Loro, da decenni, con un'ostinazione motivata che da sola dovrebbe garantire qualche spicciolo di eternità e soldini per buon vivere, portano avanti un discorso storico musicale che, sulla bilancia degli spessori culturali, pesa come piombo. Loro sono la memoria che, in zona mediorientale, per secoli la gente s'è incontrata, mescolata, scambiata esperienze. A volte sono stati cazzotti e lacrime, spesso ricettari quasi in comune, parole che fluttuavano come semenze in volo da una lingua all'altra, e tanto altro ancora. Ecco allora che Taverne, Café Amán e Tekés ci racconta ancora una volta la storia di città dove era ben facile trovare da bere e da gustarsi la vita, di transiti di ebrei sefarditi, greci, egiziani, armeni, e via citando. Una bella bastonata sulla testa fragile della tolleranza arrivò con la guerra turco- greca del 1922 (peraltro, guarda caso, la stessa data d'inizio del regime del Mascellone in Italia), tant'è che ne scaturirono generazioni di dropouts greci che per i loro conterranei erano troppo turchi, e per i turchi troppo greci, e s'inventarono il loro blues, il Rebetiko. Il Quintetto è in gran forma, plettri e fiati e pelli ad inseguire belle contorsioni sonore da danza del ventre - e oltre - sono stati lustrati a dovere. Non c'è il Trallalero, come nel precedente Galata, ma è garantita comunque un bella schiera di ospiti eccellenti, a impreziosire di dettagli vocali e strumentali il tutto. E i testi tradotti in italiano aiutano ad entrare nello spirito, se non nella lettera. (Guido Festinese)

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ANDREA MORA - Essenzialmente Mora

Le canzoni necessarie da scrivere in proprio, quelle da ricordare degli amici di sempre, anche se lontani o partiti per un viaggio in posti davvero troppo lontani, come Umberto Bindi. Eccolo qui, Andrea Mora. Che un giorno, dopo tanta gavetta e un paio di buoni dischi, ha deciso di fare “punto e a capo”. Un cantante-autore o, meglio, “il” crooner genovese, uno che ha scoperto che meglio dell'elastico telaio ritmico-melodico del jazz, per cantare le proprie canzoni, senza vocalizzi o stentoree affermazioni di prodezza vocale, non c'è proprio nulla. E detto da uno che gli strumenti li maneggia piuttosto bene. Ad esempio la fisarmonica, il pianoforte, la chitarra. Ma devi avere attorno gente come Gianluca Tagliazucchi al pianoforte, Rudy Cervetto alla batteria, Dino Cerruti al contrabbasso. Eccellenze jazz liguri. Storie salmastre, a volte venate da un filo di malinconia, infiltrate di maccaja, a volte rinfrescate dal Maestrale freddo della vita: quello che ti aspetteresti da un ex “garaventino” fiero di esserlo stato, quando c’era Don Gallo il cappellano a far rigare dritto i ragazzi, con una parola dura, e una carezza. (Guido Festinese)

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CARLO AONZO TRIO - A Mandolin Journey

Si parte con una trascinante suite di polke, il ballo binario che gli immigrati tedeschi portarono nel Midwest degli Stati Uniti, tutt'ora conosciuto come “polka belt”, la cintura americana della polka. E poi, a seguire, e con effetto di accumulo pirotecnico di note spurie da pentagrammi diversi che più diversi non potrebbero essere, un'aria di Puccini  che già aveva trovato posto su un disco con Beppe Gambetta ( “O mio babbino caro”), una suite di swing italiano, una mazurka, una suite latina con posto d'onore per Jacob do Bandolim, Bongusto e Carosone, David Grisman e Antonio Vivaldi. Tutto, e tutto assieme, purché legato dalla maestria del saper metter mano su quelle quattro corde doppie. Carlo Aonzo qui dialoga con musicisti di spessore e gusto come Lorenzo Piccone alla chitarra e Luciano Puppo al contrabbasso. Un secolo e più fa questa sarebbe stata musica da salone di barberia e da emigranti, in attesa di diventare altro. Oggi è un presagio e una conferma di (buona) globalizzazione, un po' come succede con le note degli amici della Red Wine, e Aonzo può rispondere con i fatti a chi ancora lascia andare un sorriso beota e supponente se sente parlare di mandolino. (Guido Festinese)

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ZIRKUS DER ZEIT – A Shape In The Void

Questo A Shape in the Void degli italiani Zirkus der Zeit è, diciamolo subito, un disco fantastico, Di Genova, il gruppo si muove in territori artistico-musicali dai confini mobili, destreggiandosi e con molta abilità tra prog industriale, elettronica minimale ed ambient atmosferico. Negli undici brani di questo lavoro – contraddistinto da una grafica sobria, ma assai suggestiva, futuristica e esoterica nel medesimo tempo – il paesaggio sonoro è costantemente cinematico, le trame in apparenza oscure e criptiche si aprono all'inflessione melodica, sorrette da una ricerca timbrica di valore e qualità. Pare, a tratti, di ascoltare una moderna rilettura dell'eredità kraut rock, ripresa e trasportata in questo terzo millennio. Si provi ad immaginare, per quanto possa magari apparire inappropriato, un matrimonio fra Tangerine Dream, Unreal City e Section 37. In altri frangenti può venire in mente la new wave sintetica (e colta) dei primi Tuxedomoon. Ma sono solamente vaghi riferimenti, ché l'approccio dei Zirkus der Zeit è assolutamente personale e creativo. Colpisce, in loro, lo spessore e l'alto grado di evocatività. Eccellente, poi, l'interplay di tastiere e voce femminile. Una band già grande, da seguire e valorizzare appieno. (Davide Arecco)

Top ten del mese

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