Musica italiana

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
MORGENGRUSS - Same

I Morgengruss – nome che i conoscitori dei Popol Vuh subito identificheranno – sono il progetto in chiave solista di Marco Paddeu (Demetra Sine Die e Sepvlcrvm). Questo primo capitolo, che esce per la volitiva e sempre ottima Taxi Driver di Genova, è un gioiello luminescente in sette tracce, con riverberi che paiono provenire dal profondo del cosmo e un intimismo lirico di rara intensità. Forza evocativa e suggestione spaziale sono le parole d'ordine del folk-drone di Morgengruss, un progetto coltissimo (tra le fonti di ispirazione, anche la poesia di William Butler Yeats). Escursioni floydiane prima maniera, fiati vagamente magmiani, arpeggi acustici e post-sludge di ascendenza Neurosis si candidano ad essere punti di riferimento per orientarsi nella galassia Morgengruss, dove atmosfera, suono e ricerca melodica – la prestazione vocale di Marco è sentitissima, sofferta – declinano trame senza tempo, che affondano le loro radici nell'ancestralità di certo kraut rock, per rileggerne schemi e retaggio in modo assolutamente libero, senza alcun vincolo di sorta, nella costante tensione verso la pura espressione timbrica: coinvolgente, sontuosa e tuttavia quotidiana. Fondamentale al riguardo l'uso fatto – sempre da Paddeu, coadiuvato da amici ed ospiti – del sintetizzatore Korg MS20. Pure l'artwork – fantascientifico ed esoterico, insieme – è stupendo, così come il corredo fotografico.

Valutazione Autore
 
75
Valutazione Utenti
 
0 (0)
VINICIO CAPOSSELA - Le Canzoni Della Cupa

Detto subito che Vinicio Capossela ci piaceva di più come cantautore più o meno tradizionale, all’incirca fino a Canzoni a Manovella (2000), per le sue chiare influenze (Conte, Waits, il folk balcanico) ma soprattutto per la forte, distintiva, personalità; negli ultimi quindici anni, invece, nei  pochi dischi di studio usciti (Ovunque proteggi, Da Solo, Marinai, Profeti e Balene) abbiamo assistito ad un progressivo acuminarsi della scrittura e degli arrangiamenti a scapito della già relativa facilità d’ascolto, fatte salve le deviazioni di Rebetiko Gymnastas e la produzione di La Banda della Posta.  Le Canzoni Della Cupa conferma il rigore del suo percorso artistico, offendo un monumentale opus (due ore di canzoni) che comprende un primo disco ‘Polvere’ registrato addirittura nel 2003 dedicato al repertorio della terra d’origine, l’alta Irpinia, e un secondo, ‘Ombra’ realizzato nel 2014, che consta perlopiù di brani che hanno a che fare con il demoni, fantasmi e tutto ciò che attiene al Male (la Cupa del titolo). Dei due episodi è quello ‘polveroso’ che convince maggiormente, almeno per chi apprezzi una sorta di ricerca folk aggiornata agli anni duemila, con contaminazioni anche azzardate come l’inserimento della fisarmonica tex-mex di Flaco Jimenez. Il lato ‘ombroso’ (termine anche ippico per ‘cavallo nervoso’) descrive  perfettamente le  canzoni della scaletta, indomabili e oscure, sempre pronte a deviare dal sentiero. Il disco necessita  di grande impegno e pazienza, magari leggendo prima le note del musicologo Franco Fabbri, e l’appetitosa lista dei partecipanti: Giovanna Marini, i Calexico, Howe Gelb dei Giant Sand, i Los Lobos, il fido Asso Stefana e i già citati  Banda della Posta e Jimenez. Disponibile anche in versione 4 LP. (Fausto Meirana)

Valutazione Autore
 
80
Valutazione Utenti
 
0 (0)
 ILARIA PASTORE - Il faro la tempesta la quiete

Ci sono figure nella popular music, che loro malgrado si attirano attenzione perché sembrano il risultato di un esperimento di laboratorio alla ricerca del contrario perfetto di un modello esistente, e magari pure vincente. Prendiamo il caso di Ilaria Pastore, cantautrice milanese al secondo disco, qui, dopo una bella avventura sonora di un paio d'anni fa. Se provate ad analizzare il tutto col bisturi e i vetrini del rock cantautorale, arriverete in fondo a questo bel cd con la sensazione di aver ascoltato il rovescio di qualcosa. Chiariamo: il rovescio esatto di Carmen Consoli. Laddove la Signora di Catania si diverte a complicare testi e dizione, magari strapazzando assonanze e accenti, Ilaria Pastore asciuga e semplifica. Se Consoli cerca il termine fuori contesto che, inserito in una frase, ne turbi l'armonia interna innescando il cortocircuito, Ilaria Pastore  dissecca il vocabolario fino a trovare la parola più convenzionale che rinnovi il miracolo di una  lingua comunicativa ma tutt'altro che sciatta. Non è una gara né un duello, sia chiaro, ma qualcosa che salta in mente gustandosi la misteriosa semplicità delle canzoni di questa giovane donna che, evidentemente, ha trovato una chiave che apre molte serrature poetiche: E i suoi ritratti di donne funzionano a tutto tondo, non come figurine senza spessore. (Guido Festinese)

Valutazione Autore
 
82
Valutazione Utenti
 
0 (0)
 PIACERI PROLETARI - Piaceri Proletari

Il testo che intitola il disco e dà nome e gruppo va subito riportato: “Lungo l'Arno silenzioso /sedevano amari/due pescatori solitari/Tra bottiglie ed immondizie/ tacevano ignari/ godendo/ piaceri proletari”. Se siete ancora orfani per la mancanza di Piero Ciampi, se i “disperati intellettuali e ubriaconi “ di Rondelli fanno parte del vostro Dna, non perdetevi i Piaceri Proletari. Che poi sarebbero quei due spiritacci di Giulio Bracaloni e Matteo Torretti, peraltro anche ottimi frequentatori di corde grandi e piccole, qui in compagnia di sette musicisti eccellenti con fiati, ritmica e fisarmonica che fanno del loro meglio per fare del loro peggio, ovvero cercare di suonare come se fossero a un incrocio trafficato. Canzoni oblique e sbilenche, lampi d'umanità stranita trovati scavando nella raccolta indifferenziata, poesia di strada e strade di poesia. Per di più il disco è stato realizzato, parole loro, con “elemosine on line”, la fase sottoproletaria del crowdfunding, in pratica. Uno spasso, insomma. (Guido Festinese)

Valutazione Autore
 
84
Valutazione Utenti
 
0 (0)
PIVIO - It's Fine, Anyway

Ci sono musicisti che proprio non hanno bisogno di petizioni di principio o di difensori d'ufficio. Depone a favore la loro stessa vita di lavoro con le note, magari incanalatasi in rivoli e derive non previste, tutte degne di attenzione, comunque. E attenzione Pivio ne ha meritata parecchia, grazie anche al sodalizio ormai “storico” con Aldo De Scalzi, premiata ditta colonne sonore di innegabile fascino, e qualche sortita laterale al mondo dei pentagrammi costruiti per scorrere assieme alle immagini, e creare emozioni e racconto. Dunque Pivio può rivendicare una carriera solista ed affidabile, una competenza tecnica decisiva, una fantasia sbrigliata e attenta assieme. Però, quando scrive per sé, soprattutto, Pivio torna ad essere il ragazzo magro e un po' dark che in una Genova assai più livida di trent'anni fa e oltre sincronizzava i battiti cardiaci con quelli di Berlino, nel momento in cui anche il Duca Bianco s'era fatto una bella scorpacciata di suoni sintetici, elettronica applicata alle canzoni e “eroi per un giorno” attorno al Muro che divideva la città non ancora capitale della tendenza. Erano ribelli anche loro, quelli che maneggiavano sintetizzatori e vocoder, primordiali VCS3 floydiani e mellotron sempre ai limiti della stonatura e, naturalmente, chitarre elettriche. Avevano in uggia certo gigantismo malato che intorbidava le acque stagnanti del prog rock, erano punk con uno stile superiore. Vedi alla voce Sylvian o Joy Division. Prendere o lasciare. Tutto questo Pivio l'ha rimesso in circolo per costruire il suo disco d'epoca che invece esce qui e ora, con l'aiuto di Andrea Maddalone, Giampiero LoBello, un assortito ensemble di esperti archi liguri, il vecchio amico Marco Odino. Ogni brano avrà il suo videoclip, la somma del tutto sarà anche un film. Bella scommessa. “Prospettive zero/ passo la vita sottoterra./ Le generazioni ti passano accanto /e il sipario è sempre troppo corto per le mie storie”, canta in I'm Not Gloing Anywhere. (Guido Festinese)

Valutazione Autore
 
80
Valutazione Utenti
 
0 (0)
OUT SOUTH - Dustville

Uno legge nome del gruppo e titolo, e gli viene da pensare a chi siano questi signori “laggiù nel Sud” che suonano cose sulla “città della polvere”. Dunque, il Sud, con bella ironia, è quello di quattro musicisti siciliani innamorati di suoni elettrici decisamente radicati negli States: quel blues rock a volte infiltrato di tex mex e di compite rilassatezze alla J.J. Cale, o alla Ry Cooder,  che molto piace anche dalle nostre parti. Hanno in formazione una bella ritmica puntuale,. Chitarre elettriche ed acustiche, slide e dobro-mandolino . Non una voce, per meglio sottolineare silenzi ed incastri tra corde e percussioni. I western spaghetti li giravano in Spagna e in Ciociaria: perché il rock blues strumentale non dovrebbe arrivare dalla Trinacria, ai confini tra la Louisiana e il Texas?  (Guido Fedstinese)

Top ten del mese

1.
Valutazione Autore
 
90
Valutazione Utenti
 
0 (0)
2.
Valutazione Autore
 
85
Valutazione Utenti
 
0 (0)
3.
Valutazione Autore
 
84
Valutazione Utenti
 
0 (0)
4.
Valutazione Autore
 
84
Valutazione Utenti
 
0 (0)
5.
Valutazione Autore
 
83
Valutazione Utenti
 
0 (0)
6.
Valutazione Autore
 
80
Valutazione Utenti
 
0 (0)
7.
Valutazione Autore
 
79
Valutazione Utenti
 
0 (0)
8.
Valutazione Autore
 
75
Valutazione Utenti
 
0 (0)
9.
Valutazione Autore
 
75
Valutazione Utenti
 
0 (0)
10.
Valutazione Autore
 
73
Valutazione Utenti
 
0 (0)