Musica italiana

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Ha volte il futuro ha parvenze antiche, quasi remote. E quando ce ne accorgiamo scatta il  piccolo miracolo dell’emozione, che è poi quanto homo sapiens fa dagli inizi: imparare dalle storie emozionandosi. Nando Brusco è un giovane cantastorie calabrese che, dopo aver approfondito la pratica della chitarra, dell’organetto, della zampogna, alla fine ha scelto di cantare e recitare i suoi brani palpitanti di memoria orale accompagnandosi solo con il tamburo a cornice. Che diventa di volta in volta il rumore della folla, il crepitare di una salva di fucileria, il battito cardiaco,  il frusciare degli animali ai lati di un sentiero. E’ una via difficile, che forse ha avuto il suo prodromo storico con Alfio Antico, in Sicilia, ma che non conoscevamo in questa forma nella vicina Calabria. La voce è potente e duttile, l’effetto complessivo di impressionante drammaticità, sia che Brusco racconti la storia dimenticata di una strage di contadini nel’ 49, che avevano avuto il torto di occupare terre di latifondo per coltivarle, sia quando il battito del tamburo accompagna filastrocche ataviche. Un tassello di memoria preziosa, insomma. (Guido Festinese)

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Un disco ammaliante, che come un prisma rivela rifrazioni di luce e ombre diverse a seconda di come lo spostate, a seconda di come lo guardate. Qui ci sono undici tasselli preziosi come filigrane, partenza con il titolo che dà nome al cd (e ai liguri già dovrebbe dire qualcosa), approdo a un brano che si chiama Fontanigorda, e ribadisce la chiusura del cerchio della “via del sale”. Questo è il settimo disco per Gazich,  il più bello che ha scritto ad oggi, ma anche il più complesso, tant'è che, per limitarsi alla parte musicale, troverete un viluppo quasi inestricabile di strumenti remoti, antichi e moderni, popolari e “colti”, per un a sorta di “folk rock” mediterraneo e mitteleuropeo atavico e futuristico assieme che richiede ascolti attenti e senza fretta. In mezzo si dispiega un mondo, inquietante e riconoscibile al tempo stesso: perché le “vie del sale” di oggi, racconta con prosa altissima Gazich, non sono più comunicazione ed interazione di uomini, ma soliloqui autistici  in una terra che ha perso l'anima e non sa più guardarsi in uno specchio che non sia quello di Narciso e delle inutili merci sovrabbondanti. Ascoltate questo signore che, a ragione, si definisce “un ebreo errante”: ha nella faretra le stesse frecce d'intelligenza quasi mistica che in altri tempi ha scoccato Battiato. (Guido Festinese)

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ROBERTO DE BASTIANI - Risvolti

Un altro punto da segnare sul medagliere corposo della “scuola genovese” dei cantautori, anche se qui lo sguardo deve fare la fatica di allargarsi un po' a Levante, diciamo arrivare fino a Chiavari. De Bastiani non è un novellino: da sempre lo accompagna una chitarra e un pezzo di carta per fissare pensieri, storie, il ricordo di un sorriso, un'emozione che potrebbe svanire da un momento all'altro. Un giorno le sue piste hanno incrociato quelle di Armando Corsi, gran signore delle corde (e non solo), ed ecco fissato in studio un gioiellino di canzone d'autore con corde squisite, tasti di fisarmonica, i tasti del piano dell'inossidabile Marco Spiccio, percussioni. Dieci stazioni gentili che mettono in conto Parigi e il tango, ricordi di swing e del lavoro “autoriale” prima che arrivassero le non definizioni per definire i non generi. Quando poi la voce passa al genovese, le storie sembrano acquisire un quid di leggerezza in più: sarà perché Faber, dalle nuvole, sorride soddisfatto, perché certe eredità non monetarie proprio non si possono perdere. (Guido Festinese)

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GERARDO BALESTRIERI - Canzoni nascoste

Lui si autodefinisce apolide (è nato in Germania,  è cresciuto in Campania, adesso sta a Venezia) ed è una valido modo di guardare a se stessi, anche in musica. Almeno si evitano le trappole identitarie del campanile, che fanno più danno di un paio di cinghiali chiusi in una serra di basilico. Le identità in musica del cantautore Gerardo Balestrieri potrebbero essere, citando alla rinfusa: certo Tom Waits degli inizi, il Boris Vian che amava portare le sue parole sule montagne russe a far capriole di senso, ma anche i sulfurei cabarettisti di quella Milano in bianco e nero che abitavano Jannacci e Gaber, Nino Ferrer, e in fondo anche Vinicio Capossela, quando non si prende troppo sul serio e lascia perdere i vezzi da sciamano popolare col certificato.  Balestrieri s'è fatto notare più volte al Club Tenco, e a ragione: ora sarebbe tempo che se ne accorgesse anche quel pubblico che ritiene che la canzone d'autore sia una sorta di narcisistica e penitenziale attitudine a farsi del male gratuito mirandosi l'ombelico. Lui invece racconta storie buffe, tragicomiche, eleganti, arruffate e sparigliate ad arte, con una padronanza della lingua, della metrica e della rima che vien voglia di dirgli “bravo” ad ogni canzone che scorre. Arrangiamenti succosi, in bilico tra swing, musette, echi di tango e di marcette circensi, ed altri scampoli di pentagrammi assortiti. (Guido Festinese)

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GIANNI NOCENZI - Miniature

Quasi venticinque anni: la retorica del “quarto di secolo” di assenza ci può stare tutta, per un musicista che è l’esatto contrario, nella vita e nelle opere, della sovraesposizione narcisistica da luogo comune. Gianni Nocenzi è un nome che scalda i cuori degli appassionati di art rock, musiche sperimentali, elettronica crepitante rimpolpata dal sangue vivo di ospiti eccellenti. Nel dubbio andate a riascoltare Soft Songs o Empusa. Ma va anche bene se di Nocenzi ricordate il tocco sontuoso e classicheggiante nel “suo” Banco del Mutuo Soccorso, quello in cui lui e il fratello Vittorio si fronteggiavano sul placo di fronte alla tastiere, e davanti c’era il gigante buono Francesco Di Giacomo. Gianni Nocenzi ritorna con un disco che non raggiunge, nel minutaggio, i quaranta minuti: vecchia coscienza “analogica” dei vinili. Live in studio, buona la prima: e in sala c’era anche il fratellone Vittorio, appena ripresosi dalla brutta storia che poteva portarselo via, come è successo a Francesco e Rodolfo Maltese. Sei pezzi incantati e in piena concentrazione al pianoforte acustico, quasi sempre dominati da una logica “romantica” che potrebbe piacere sia a chi ama le note classiche, sia a chi rammenta il tocco di Jarrett o Svensson. Per chi conserva i dischi del “Banco”, inutile dirlo, necessario. Bentornato. (Guido Festinese)

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ALMAMEGRETTA - Ennenne

Enneenne, e dunque “nescio nomen”, figlio di nessuno. Un bel titolo duro per il nuovo lavoro dei rinati Almamegretta, che però sono proprio tutt’altro che “figli di nessuno”. Sono invece gli inossidabili protagonisti di una stagione memorabile in cui anche dalle nostre parti aveva attecchito un tirip hop ipnotico, cadenzato, scuro come la notte. Ideale per dar conto di una metropoli del Sud impastoiata nel degrado feroce e vischioso di Gomorra, e  oltre. Non è più possibile, sicuramente, attendersi da Almamegretta qualcosa che possa rivaleggiare con dischi epocali di due decenni fa. Ma il ritorno in pianta stabile di una figura centrale e maestosa come Raiz è, mutatis mutandis, come se Roger Waters fosse tornato alla consolle dei Pink Floyd. Il valore aggiunto di quella voce di catrame e di miele assieme è immenso, nel far lievitare la polpa ritmica dub reggae tesa e rarefatta al contempo  marchio di fabbrica Almamegretta. E anche il ritorno alla produzione del grande Adrian Sherwood ha un gran peso. Parterre di ospiti notevole, da Carlo D’Angiò, veterano della Nuova Compagnia di Canto Popolare, in un brano che potrebbe essere uscito anche dalla penna di Enzo Avitabile, a Paolo Baldini e Adriano Viterbini. Ben tornati, davvero. (Guido Festinese)

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