Musica italiana

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LUISA COTTIFOGLI - Come un albero d’inverno

Per entrare meglio in sintonia con quest'ultima superlativa opera di Luisa Cottifogli, bisogna in primis avere coscienza della sua passione per la natura, il paesaggio, la vita all'aria aperta, la sacra montagna e i suoi "abitanti", le piante, la coltivazione (anarchica non ottusa: si addomestica quel che è più consono alla terra che ci accoglie, e si cura quel che nasce spontaneamente), la sempre più approfondita conoscenza delle erbe aromatiche, alimurgiche e medicinali, il suo interesse per la fitoterapia e l'esegetica misteriosa etnobotanica, il suo abitare felice, quando non in giro per il mondo a dispiegare e diffondere la sua voce straordinaria intrisa di vita (è giusto alle porte un intenso tour europeo), tra i boschi e la valli del glorioso Appennino bolognese, tra la suggestiva erosione dei "decadenti" calanchi e le acque ancora pure, vista la scarsa antropizzazione di quei luoghi (le antiche terre dei galli cisalpini, al di sopra del famoso Rubicone), del fiume Santerno.
Sì, perché in questa nuova pubblicazione discografica Luisa torna in montagna, suo luogo di nascita e di elezione, ambiente ideale e allegorico, reale e quotidiano, per celebrare con amorevole anticiclico (vista la stagione) sguardo incantato il paesaggio montano nel suo spettacolare rigore invernale, e abbracciare buona parte del settentrione italiano, dal friulano Monte Canin (famoso per gli accaniti scontri sul suo terreno tra italiani e austriaci nel corso della Prima Guerra Mondiale) alla classicità alpina della Val Camonica fino ovviamente all'Appenino emiliano (ma non solo). A nascerne, è un suggestivo viaggio musicale, nel quale l'artista gioca con i suoni della tradizione alpina e più in generale di quella boreale (viene in mente, a questo proposito, un recente disco di Kate Rusby dedicato all'inverno e al Natale). Questa volta la sua limpida voce viene utilizzata per dipingere una natura nordica, bianca e letargica, accogliente anche quando inospitale, metafora dell'animo umano, che, proprio come un albero, conosce inevitabilmente ripetute morti e rinascite. Al solito l'opera non si inscrive in un determinato genere musicale, perché la musica di Luisa Cottifogli è del tutto trasversale, imprevedibile (dati gli arditi accostamenti, le giustapposizioni inaspettate), e compositamente funambolica.
"Negli anni la musica di questo progetto è stata pensata e composta d'inverno e rielaborata d'estate, quando la vita nella natura è più facile" (ecco probabilmente il motivo della pubblicazione estiva di un album da caminetto) . " Ora mi rendo conto che qui ho riunito le due passioni che da sempre mi accompagnano: natura e voce. Mi chiedevo spesso come conciliare la mia professione vocale con la mia vita tra piante e animali, e l'incontro è avvenuto senza alcuna premeditazione in questo lavoro musicale".
Luisa Cottifogli si conferma la "solita" straordinaria vocalist straripante e commovente. Una cantante delicata e travolgente, dalla splendida, luminosa, inesauribile voce (un soprano colorito intriso di sfumature cristalline), intessuta di forza, tenacia e generosità, oltre che duttile, malleabile, capace di muoversi su un ampio registro dinamico, e di sgranare le più svariate venature timbriche (a tratti anche le più gravi). La sua idea di musica, del tutto screziata, sfaccettata, viscerale, istintuale, appassionata, ma al contempo non meno meditata e ragionata (come dimostra anche questo concept album), la sua coraggiosa predilezione per la ricerca espressiva, l'interpretazione e la (spesso sfrenata) giocosa sperimentazione, la sua ricca composita preparazione musicale (folk e popular ad ampio raggio e saldamente colta nel contempo e prim'ancora), la portano a coniugare armoniosamente più mondi. Nel suo strutturato drammatico (nel senso di teatrale) canto convivono la lezione vocale del jazz e del rock con un anima più ampiamente etnica o world, con (ancora) una speciale sensibilità per la nostrana musica popolare (tutta da riattualizzare), il suo portato storico ("archeologico" persino) e antropologico (anche se qui a prevalere è uno sguardo naturalistico anziché umanistico), e spesso i colori del dialetto, quello emiliano/romagnolo, opportunamente rivitalizzato. Ecco perché la sua musica e la sua voce sanno passare di continuo con incredibile disinvoltura dal jazz al canto tradizionale (anche quello più lontano: steppe asiatiche, estremo oriente, circolo polare artico, quando non sub continente indiano, e, pur se non in questo caso, Africa e Sud America), dalla formulaicità all'improvvisazione, dalla ballata autoriale, potremmo dire all'italiana, a reminiscenze più classiche (anche antiche) e accademiche, fino a iperboliche fantasiose innovative sperimentazioni, in grado di andare oltre la sincretica post modernità.
Ad accompagnarla qui sono la voce del performer e vocal trainer Oskar Boldre, bravissimo nel passare da un magico canto difonico dagli asiatici "rintocchi dal profondo" ad un percussivo "bolleggiato" effetto tabla indiana; una serie di cori (il coro Armonici Cantori Solandri della trentina Val di Sole, il coro maschile del canto e della tradizione CeT di Milano, e quello gregoriano, singolarmente e suggestivamente tutto al femminile, Mediae Aetatis Sodalicium di Bologna); poi le chitarre (anche grintosamente elettriche) e l'arte compositiva e arrangiatoria di Gabriele Bombardini (qui in veste di fac totum e co-produttore, o meglio post-produttore, abile manipolatore di suoni), e il camerismo eclettico dell'ottimo pianista e clarinettista Gianni Pirollo (ma non solo).
"Come un albero d'inverno" è un excursus concreto e immaginario in un'avvolgente natura nordica. Un modo per cantare la propria terra, e al contempo il resto del mondo, di tornare alle radici, e però proiettandole in una sperimentale (anche futuristica) contemporaneità. Una visione del nord, quella di Luisa Cottifogli, nient'affatto esclusiva o elitaria, e fondata sull'idea di un possibile ritorno alla natura, capace di rivalorizzare la nostra intrinseca (forse pacifica) indole animistica, e così scongiurare il definitivo imporsi della sciagurata divoratrice era antropocenica. Luisa in questi dolorosi tempi di tribolate migrazioni da sud non si è chiusa nel suo magico mondo dorato o nel suo piccolo mondo antico (ci mancherebbe, vista la modernità e la vasta consapevole universalità del suo cantare cosmopolita), ma come al solito ha cercato generosamente di offrire soluzioni per ritrovare tutti un centro o meglio un nuovo tonificante equilibrio in armonia con l'ambiente. Da non perdere. (Marco Maiocco)

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CLAUDIO LOLLI - Il grande freddo

Otto anni senza far dischi. L’ultimo avvistamento era stato il notevole “Lovesongs”, canzoni dove l’amore c’entrava sì, ma mai come svenevole aggrapparsi ad un’unica dimensione privata. Lolli, per fortuna di almeno una generazione, è uno che quando scrive “io” intende “noi”, e viceversa. Il travaso da vasi comunicanti tra persone e persona è continuo e motivato. Come dovrebbe essere, e come nessuno sa più fare. Adesso, a sorpresa, arriva questo Il grande freddo, ed ogni riferimento “sociale” è puramente voluto, perché Lolli non ha mai smesso di credere, assieme ad esempio allo scrittore  Erri De Luca,  che quanto si pensava un quarantennio fa fossero solo chiacchiere e distintivo.

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GINEVRA DI MARCO - La Rubia canta La Negra

Una partecipata campagna di crowdfunding, ormai (quasi) unica via per chi vuole andare per la propria strada, anche se la strada, per dirla con De André, è “in direzione ostinata e contraria”. Alla fine Ginevra di Marco ce l'ha fatta. Ha riunito i “suoi” musicisti attorno, a partire dalle tastiere di Francesco Magnelli e dalle corde varie di Andrea Salvadori, e ha realizzato il suo piccolo grande viaggio. Emozionante per lei, doppiamente emozionante per noi. La “Negra” del titolo è Mercedes Sosa, voce indomita della sua Argentina e dell'America Latina tutta, in momenti in cui cantare le canzoni per una vita più dignitosa e meno sdrucita dalle bizze dei potenti poteva significare essere imbarcati in un “volo della morte” dai militari, penthothal addosso, e poi giù nell'Oceano da un aereo. Con la sua grazia imperiosa, una voce che sembra cristallo di rocca, una “presenza” che per  altre signore del canto è un miraggio, Ginevra di Marco sceglie di non lasciare altro, alle canzoni di Mercedes, che l'essenziale e distillata polpa sonora della verità, alternando brani che sembrano scolpiti nella storia alle sue storie di canto. Passano Alfonsina y el Mar, Te Requerdo Amanda, Todo Cambia, e a volte bisogna faticare per cacciare indietro l'umido che assedia gli occhi. Lo stesso che, racconta Ginevra, toccò a lei, una ventina d'anni  fa, quando per la prima volta le melodie della “Negra” le si cucirono addosso, trovando facile varco in orecchie e cuore sulla soglia dell'attenzione. (Guido Festinese)

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DON ANTONIO - Don Antonio

Forse non ha avuto molta fantasia  a ribattezzarsi, ma Antonio Gramentieri, con Don Antonio, ha voluto prendersi  uno spazio per sè; con i Sacri Cuori,  Gramentieri  si è guadagnato, in pochi anni,  il rispetto e le collaborazioni con grandi artisti come i Calexico, Dan Stuart dei Green On Red, Hugo Race, John Parish , Howe Gelb e di certo molti altri che ora sfuggono alla memoria…. Don Antonio potrebbe essere anche visto come una rutilante  colonna sonora di un film inesistente,  dalla struttura principalmente strumentale  ( anche se ci sono alcune canzoni piuttosto abbozzate e vocalist importanti come lo stesso  Race nell’iniziale Sera) con parentele nel lavoro di artisti come Goran Bregovic (non per la ‘balcanità’ ma per l’approccio generale )   o nelle musiche d’ atmosfera delle orchestrine di Boris Kovac.  Non mancano, ovviamente, atmosfere sudiste, chitarre languide, fisarmoniche, fiati squillanti e perfino un fischio morriconiano. Tutto  sommato nella cantina  di Don Antonio  ci si diverte con intelligenza e garbo, come in un bel film, dai titoli di testa a quelli di coda. (Fausto Meirana)

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FLAME PARADE - A New Home

E se la Big Pink di Bob Dylan e della Band a provare insieme canzoni dolci, misteriose, sottilmente perturbanti, insomma quelle del '67 che fornirono materiale per l'iniziale The Basement Tapes fosse in Toscana? Parrebbe proprio di sì, ad ascoltare la sottile malia di questi dieci brani che tutti assieme formano A New Home. Marco Zampoli, Mattia Calosci e Letizia Bonchi nel 2012 si trasferirono in una casa colonica per spassarsela un po' con violini, chitarre e voci immaginiamo sapientemente confortate dal Chianti. Cominciarono a nascere così canzoni robuste e sognanti assieme che hanno il sapore, appunto, delle chicche acustiche dylaniane, dei Poco, di Gram Parsons, dei Byrds, con un orecchio, naturalmente, anche a tutto quanto s'è mosso nello stesso filone e che oggi per comodità definiamo new folk. Piacevolissima sorpresa. (Guido Festinese)

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CIOSI - Into The Wild Session

‘’Ciosi’’, pseudonimo di Federico Franciosi,  è un chitarrista innamorato dello stile flatpicking (quello del ‘nostro’ Beppe Gambetta,  citato anche  nelle note). Into The Wild Session è un disco molto intenso e gradevole, anche se di breve durata, visto che raggiunge appena la mezzora; al contrario degli album precedenti del musicista veronese, è composto solamente di cover. Oltre a maneggiare il plettro in maniera esemplare, Ciosi canta con uno stile convincente tra blues e folk in quattro dei nove brani (due di questi sono i celebri Corrina, Corrina e You Are My Sunshine). Gli episodi strumentali annoverano due classici ben ‘rifatti’  come Maple Leaf Rag di Scott Joplin e Blue Monk di Thelonious Monk, oltre ad un traditional come Beaumont Rag con due saggi  di flatpicking firmati dall’americano David Grier e dall’italiano Massimo Varini. Pregevole l’aiuto di alcuni musicisti che forniscono il supporto ritmico di basso (Matteo Vallicella, Pier Brigo e Larry Mancini, ) e percussioni (Matteo Breoni e Massimo Pizzano) dove serve. (Fausto Meirana)

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