Musica italiana

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GERARDO BALESTRIERI - Canzoni nascoste

Lui si autodefinisce apolide (è nato in Germania,  è cresciuto in Campania, adesso sta a Venezia) ed è una valido modo di guardare a se stessi, anche in musica. Almeno si evitano le trappole identitarie del campanile, che fanno più danno di un paio di cinghiali chiusi in una serra di basilico. Le identità in musica del cantautore Gerardo Balestrieri potrebbero essere, citando alla rinfusa: certo Tom Waits degli inizi, il Boris Vian che amava portare le sue parole sule montagne russe a far capriole di senso, ma anche i sulfurei cabarettisti di quella Milano in bianco e nero che abitavano Jannacci e Gaber, Nino Ferrer, e in fondo anche Vinicio Capossela, quando non si prende troppo sul serio e lascia perdere i vezzi da sciamano popolare col certificato.  Balestrieri s'è fatto notare più volte al Club Tenco, e a ragione: ora sarebbe tempo che se ne accorgesse anche quel pubblico che ritiene che la canzone d'autore sia una sorta di narcisistica e penitenziale attitudine a farsi del male gratuito mirandosi l'ombelico. Lui invece racconta storie buffe, tragicomiche, eleganti, arruffate e sparigliate ad arte, con una padronanza della lingua, della metrica e della rima che vien voglia di dirgli “bravo” ad ogni canzone che scorre. Arrangiamenti succosi, in bilico tra swing, musette, echi di tango e di marcette circensi, ed altri scampoli di pentagrammi assortiti. (Guido Festinese)

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GIANNI NOCENZI - Miniature

Quasi venticinque anni: la retorica del “quarto di secolo” di assenza ci può stare tutta, per un musicista che è l’esatto contrario, nella vita e nelle opere, della sovraesposizione narcisistica da luogo comune. Gianni Nocenzi è un nome che scalda i cuori degli appassionati di art rock, musiche sperimentali, elettronica crepitante rimpolpata dal sangue vivo di ospiti eccellenti. Nel dubbio andate a riascoltare Soft Songs o Empusa. Ma va anche bene se di Nocenzi ricordate il tocco sontuoso e classicheggiante nel “suo” Banco del Mutuo Soccorso, quello in cui lui e il fratello Vittorio si fronteggiavano sul placo di fronte alla tastiere, e davanti c’era il gigante buono Francesco Di Giacomo. Gianni Nocenzi ritorna con un disco che non raggiunge, nel minutaggio, i quaranta minuti: vecchia coscienza “analogica” dei vinili. Live in studio, buona la prima: e in sala c’era anche il fratellone Vittorio, appena ripresosi dalla brutta storia che poteva portarselo via, come è successo a Francesco e Rodolfo Maltese. Sei pezzi incantati e in piena concentrazione al pianoforte acustico, quasi sempre dominati da una logica “romantica” che potrebbe piacere sia a chi ama le note classiche, sia a chi rammenta il tocco di Jarrett o Svensson. Per chi conserva i dischi del “Banco”, inutile dirlo, necessario. Bentornato. (Guido Festinese)

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ALMAMEGRETTA - Ennenne

Enneenne, e dunque “nescio nomen”, figlio di nessuno. Un bel titolo duro per il nuovo lavoro dei rinati Almamegretta, che però sono proprio tutt’altro che “figli di nessuno”. Sono invece gli inossidabili protagonisti di una stagione memorabile in cui anche dalle nostre parti aveva attecchito un tirip hop ipnotico, cadenzato, scuro come la notte. Ideale per dar conto di una metropoli del Sud impastoiata nel degrado feroce e vischioso di Gomorra, e  oltre. Non è più possibile, sicuramente, attendersi da Almamegretta qualcosa che possa rivaleggiare con dischi epocali di due decenni fa. Ma il ritorno in pianta stabile di una figura centrale e maestosa come Raiz è, mutatis mutandis, come se Roger Waters fosse tornato alla consolle dei Pink Floyd. Il valore aggiunto di quella voce di catrame e di miele assieme è immenso, nel far lievitare la polpa ritmica dub reggae tesa e rarefatta al contempo  marchio di fabbrica Almamegretta. E anche il ritorno alla produzione del grande Adrian Sherwood ha un gran peso. Parterre di ospiti notevole, da Carlo D’Angiò, veterano della Nuova Compagnia di Canto Popolare, in un brano che potrebbe essere uscito anche dalla penna di Enzo Avitabile, a Paolo Baldini e Adriano Viterbini. Ben tornati, davvero. (Guido Festinese)

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EZIO AICARDI - Volo Tributo a Raffaele Tuttofuoco

Nè il genovese Ezio Aicardi, nè Raffaele Tuttofuoco sono molto conosciuti, tant’è che sul web, il pozzo senza fondo della conoscenza dei giorni nostri, troviamo ben poco su di loro. ‘Volo’,  il disco in oggetto,  è un omaggio a Tuttofuoco, misconosciuto poeta e cantautore milanese, dalla carriera segnata dalle condizioni di salute che ne causarono la prematura scomparsa nel 1991. L’intento di Aicardi è di rendere visibile l’opera (o meglio, una sua parte) dell’artista che, nato nel 1945, condivise con alcuni suoi contemporanei, come Luigi Tenco e Herbert Pagani, le stesse fonti d’ispirazione, tra le quali, dominante, la ‘chanson’ francese’ incarnata soprattutto dal gigantesco Jacques Brel, ma anche, direi, il suo versante genovese in zona Umberto Bindi. Il progetto è ben riuscito, grazie anche ad un gruppo di ottimi musicisti come, tra gli altri, Marco Fadda, Bob Callero e Lucio Bardi. Buona la voce di Aicardi, caratterizzata da una leggera erre moscia che, in questo ambito , non guasta per niente. (Fausto Meirana)

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AFTERHOURS - Folfiri o Folfox

Mi ha davvero colpito il disco degli Afterhours....Li ho sempre odiati, con quelle chitarre mandate troppo liberamente 'a spasso' e quegli slogan da ribelli 14enni urlati come se non ci fosse un domani. E pensare che con quello stile, un disco con Claudia Schiffer in copertina ed accanto la scritta 'hai paura del buio?' hanno fatto parlare di se come del più grande gruppo rock italiano. Ma questo è veramente un capolavoro assoluto. E' un disco controverso (a dir poco), in cui Manuel Agnelli, a volte con parole da vero poeta a volte con un linguaggio più diretto, mette in discussione tutto il proprio Universo di Significato e, con esso, chi ne prende parte: si tocca il tema del rapporto di un musicista rock con dei fan che comprano ormai il suo album a scatola chiusa, gli atteggiamenti dei ribelli (e fa riferimento a se stesso in primis, secondo me) che ti fanno sentire, più che forte, onnipotente, perché senti di poter dominare il tuo destino e scampi il dolore che deriva dal pensare che certe cose te le devi costruire tu non agendo per contrapposizione e che pur cercando di costruire la vita ti può spazzare via in ogni momento. Sono cose che si sanno e che si dicono, e che si ripetono, ma prenderne coscienza veramente può cambiare la vita.

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CLAUDIA PASTORINO - Claudia

Un’accademia dell’eccellenza strumentale ligure (senza accademismi!) a fornire il vestito strumentale più bello per una grande signora della canzone d’autore genovese, una donna bella e libera che, fosse nata dall’altra parte dell’Oceano, oggi raccoglierebbe ben altre messe di riconoscimenti. Torna Claudia Pastorino con un disco che porta solo il suo nome, indizio di una semplicità che è epitome di grande forza interiore. I musicisti attorno sono Gianni Martini,  “Dado” Sezzi, Claudio De Mattei, Fabio Viale, Enrico Testa. E poi c’è lei, con le sue canzoni che parlano di angosce sottili e lacerti di bellezza ritrovati grazie alla musica, ai pensieri, a un’occhiata sincera scambiato con qualcuno, sia anche una delle sue amate creature a quattro zampe. Racconta Claudia a un certo punto: “Bisogna avere quarant’anni e questa Santa Misantropia / nel quotidiano alternare di nevrosi e euforia/ non faccio parte di nessun NOI, nessuno mi rappresenta / E soltanto nella Musica sono davvero contenta”. Meno male che la Musica se l’è presa: così a noi può restituirne frammenti incantati. E intelligenti, merce rara nella genia affetta spesso da contemplazione ossessiva del proprio ombelico. (Guido Festinese)

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