Musica italiana

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BLASTEMA - Lo stato in cui sono stato

Di norma, in una recensione non si deve lasciarsi trasportare dalla soggettività ma forse non è possibile seguire fino in fondo questo criterio quando un album ti coinvolge al cento per cento. Le parole dei Blastema arrivano direttamente al cuore, la musica risuona nello stomaco. La voce di Matteo Casadei segue un po’ la scia di Cristiano Godano, giocando con il carisma della sua presenza scenica e il tono calmo /urlato della voce; e anche l’incedere possente del muro ritmico sembra derivare da “Festa mesta” (Miss Allegria) periodo più “sonico” dei Marlene Kuntz (Caos 11) Nei testi del gruppo romagnolo si sente un talento poetico che giustifica l’interesse dimostrato da Luvi de André e che mostra un’inquietudine dai colori attenuati da un’atmosfera alla Pure Morning. Ascoltando Dopo il due è inevitabile richiamare l’immagine di Brian Molko che salta e cammina in verticale sul muro di un grattacielo. È un lamento che nasce da una lirica introspettiva ma istintiva, dal bisogno urgente di comunicare qualcosa che, pur essendo individuale, riesce a diventare collettivo. Il mio innamoramento è partito proprio dal singolo forte in alta rotazione sui canali rock e risale quindi a prima della partecipazione della band al Festival. La nuova edizione de Lo stato in cui sono stato contiene anche il pezzo presentato a Sanremo (Dietro l’intima ragione), che forse è pop – dove “pop” non ha un’accezione negativa, ma significa piuttosto “accessibile al grande pubblico” – però mantiene un alto standard qualitativo, legandosi perfettamente con i momenti più introspettivi con le loro linee calme e controllate (Camilla, La vita sognata). I musicisti si dimostrano così in grado di sostenere delicati fraseggi di pianoforte (Michele Gavelli), accenti di chitarra possenti (Alberto Nanni) e persino accenni classici (Tristi Giorni). Non c’è nulla di scandaloso nel passaggio televisivo, nel record di visualizzazioni in rete o nell’adesione al Concertone del 1° maggio perché la scena italiana ha bisogno di talenti che si affianchino alla scuola ormai consolidata di Ministri e Verdena. (Elena Colombo)

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RICCARDO TESI – Cameristico

L'organettista e compositore Riccardo Tesi, oltre ad aver contribuito in maniera decisiva a riportare in auge uno strumento che sembrava sparito dal "soundscape" contemporaneo, l'organetto diatonico, ora presenza abituale, ci ha abituato ad un'eccellenza produttiva che rischia di fargli torto. Che si esibisca in solo, con la potente Banditaliana, in duo, con orchestra, con colleghi organettisti, o come ospite per raffinati prodotti cantautoriali ( De André, tra gli altri), la qualità è assestata a livelli comunque altissimi. Questa è l'ennesima "svolta", non imprevidibile, ma al solito centrata e motivata: le sue composizioni accompagnato da pianoforte, violoncello, clarinetto, e ospiti da brividi a dare un tocco sapido in più: da Luisa Cottifogli ad Alfio Antico, per capirsi. (Guido Festinese)

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CESARE BASILE – Cesare Basile

Un titolo alternativo per l’ultima fatica di Cesare Basile avrebbe potuto essere ‘Riportando tutto  a casa’ o ‘Radici’ (o qualcosa del genere, naturalmente…),  invece il musicista catanese ha scelto di lasciare solo il proprio nome in copertina, come se fosse un esordio;  il che è quasi vero, perché Basile riparte dalla sua Sicilia e una buona metà delle canzoni sono scritte e cantate in siciliano. Nonostante questa scelta le suggestioni folk sono piuttosto vaghe, anche se il dialetto le richiama continuamente, però nel complesso prevale una dimensione cantautorale ‘moderna’ con arrangiamenti efficaci e raffinati.  Quando la lingua è l’ italiano,  invece, gli echi di De Andrè, Lolli e De Gregori sono chiaramente udibili. Un disco pieno di poesia e passione e, per chi non conosce Basile, anche una bella sorpresa. Nella versione in vinile, inoltre, si trova un secondo disco con nuove versioni acustiche di canzoni tratte dai precedenti dischi. (Fausto Meirana)

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ANDREA SENATORE & GIOVANNI SOLLIMA – De/Nucleo

Andrea Senatore è uno specialista di elettronica e multi-strumentista che ha approfondito anche con studi rigorosi la materia: un particolare che può sfuggire, a chi lo conosce come spericolato avventuriero sonoro col nome d'arte Cynic. Giovanni Sollima, invece, è un violoncellista classico curioso e altrettanto avventuroso. Coppia ideale, dunque, per inventare qualcosa di nuovo, nel senso letterale del verbo, da in-venio, "vado in mezzo alle cose". Senatore ha inciso con quattro punti di ripresa un "nucleo sonoro" dal violoncello seicentesco di Sollima. Poi ha smontato e rimontato il tutto, ha aggiunto echi e strumenti, carezze sonore e strappi espressionistici. Alla fine ne è scaturita una impressionante suite ambient trance che potrebbe piacere anche a chi ama il post rock, e a chi crede che certi affondi siano possibili solo a Bill Laswell e Michael Brook. (Guido Festinese)

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LA MASCHERA DI CERA - Le porte del domani

Basterebbe farsi un giro su Internet, e vedere cosa hanno scritto i siti anglofoni, su questo nuovo lavoro della Maschera di Cera: le valutazioni oscillano tra "ottimo" e "capolavoro". Soprattutto si rimarca come mai come in questo disco si getti un ponte meditato ed esteticamente ineccepibile tra il progressive rock italiano che fu, e l'attuale piccola rinascenza. Tutto vero, sia chiaro: Fabio Zuffanti scrive con una competenza tecnica mostruosa, evidente e sincera passione per l'epoca, un'ispirazione che per altri neoprogsters è un miraggio. Un po' come Steve Wilson con i suoi Porcupine e da solo. La voce di Alessandro Corvaglia è quella giusta al posto giusto, le ospitate sono eccellenti: Martin Grice e Laura Marsano. I richiami sono perfetti: tra gli altri Jethro Tull, New Trolls, Banco, Van Der Graaf, Genesis, e naturalmente ... Orme. Perché, "naturalmente"? Lo avrà capito chi abbia osservato con attenzione la cover. Che è una variazione sul tema di quella di Felona E Sorona, anno di grazia 1973. Le Porte del domani dichiara di essere, quarant'anni dopo, il seguito e la conclusione della vicenda ideata dalle Orme. Incisa in italiano e in inglese. Come ha fatto esattamente La Maschera di Cera. Qui cominciano i dolori. Perché se perfino quel vecchio Troll di Jan Anderson per il suo Thick As A Brick 2 (quarant'anni dopo, appunto) s'è preso la briga di introdurre quintali di ironia, ed ha fatto il tutto all'insegna del "What If", cosa sarebbe successo se.., qui l'intento è serio e serioso. Il che ovviamente non ha un gran senso. Perché non riusciamo ad immaginare un Three Friends Forty Years Later dei Gentle Giant, per di più fatto da un altro gruppo, magari gli Et Cetera canadesi riformati, o un Selling England By The Pound Again di Fish. Le porte del domani non è il seguito di Felona e Sorona, né potrebbe esserlo. E' un gran bel disco di rock progressivo "filologico". Lasciamo in pace i capolavori, che non hanno bisogno di alcun seguito. Anche e soprattutto se lasciavano qualcosa di irrisolto. Forse era anche lì il fascino. Perché "There is no dark side of the moon really. Matter of fact, it's all dark". (Guido Festinese)

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PIERO DE LUCA & BIG FAT MAMA - Beware Of The Wolf

In attesa di ascoltare il nuovo album di Ben Harper in collaborazione con la leggenda dell’armonica blues elettrificata Charlie Musselwhite, è tempo di parlare di un altro disco di blues elettrico, tutto genovese (o quasi), registrato pochi mesi fa presso lo Studio Maia di Genova Marassi. Stiamo ovviamente parlando di questo meritorio tributo ad Howlin’ Wolf, uno dei grandi protagonisti del blues elettrico di Chicago anni ‘60, ad opera della storica formazione genovese Big Fat Mama, guidata dal bassista cantante Piero De Luca. Non era facile cimentarsi con la musica di Howlin’ Wolf, personaggio dalla personalità complessa e straripante, dalla assoluta statura artistica, capace di veicolare tutta la sofferta profondità della sua cultura musicale, a partire da un personale vissuto tormentato e travagliato, come si conviene ad ogni bluesman che si rispetti. Non era facile farne rivivere la gridata voce, dalla lacerata grana strumentale, la vitalità creativa e il piglio drammaturgico da consumato interprete. Le chiavi per questa riuscita impresa a nostro giudizio sono state tre, oltre alla consueta solidità di una band ampiamente rodata negli anni: la capacità di non prendersi troppo sul serio, giocare prima di tutto; l’ingaggio dell’ottimo vocalist Dario Gaggero, dalla voce volutamente rauca intrisa di soulfullness, davvero votato alla rivisitazione di repertori di questo genere, grazie a una notevole duttilità timbrica - dal vivo si è già confrontato con successo con i blues di Blind Lemon Jefferson e Blind Willie Johnson -, e ad una profonda e sentita conoscenza della materia; e (last but not least) la speciale partecipazione dell’armonicista milanese Marco Pandolfi, il meglio che oggi il blues italiano (e non solo) possa offrire, fuoriclasse dello strumento, per capacità tecniche ed espressive, che con la sua presenza ha letteralmente impreziosito l’intero lavoro (lo si ascolti solo che nel brano di apertura “Back Door Man”, nella centrale e blasonata “Sittin’ on Top of The World” o nella quasi conclusiva “Coon on The Moon”). Il resto è appannaggio dell’esperienza di Antonio “Candy” Rossi alla chitarra elettrica, il “Duke Robillard” della capitale ligure, e della pastosa e incisiva puntualità della sezione ritmica, formata da Ezio Cavagnaro alla batteria e (appunto) Piero De Luca al basso elettrico. L’assieme pare girare davvero a meraviglia nelle classiche, infuocate, e “ululate” “I’ll Be Around”, “Spoonful” e “The Red Rooster”, grazie anche ad una complessiva buona resa del suono. Insomma, non resta che avvertire di guardarsi dal lupo, perché sembra proprio tornato di nuovo in circolazione. Coraggiosi. (Marco Maiocco)

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