Musica italiana

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DOPO IL POST ROCK - Incontro con i Demetra Sine Die

I Demetra Sine Die sono italiani – di Genova, anzi: del Levante ligure per la precisione – ed appaiono già in grado di competere con le migliori band straniere della scena attuale. Giunti al terzo disco, A Quiet Land of Fear (appena uscito per la Bloodrock, con distribuzione Black Widow), i DSD sono grandi, grandissimi. Il processo di maturazione, dopo l'esordio dalle tinte dark-wave Council From Kaos del 2008 ed il più onirico mini-cd di due anni fa, è stato impressionante. Se prima si potevano suggerire come termini di paragone Joy Division, Pink Floyd, Hawkwind, Cult of Luna, Anathema, God Machine, Tool, Isis, Ancestors e Swans, i DSD di oggi assomigliano solo a se stessi: molto originali nella proposta, costruiscono un paesaggio sonoro fatto di vaghe cadenze doom, di squarci space, di sludge esoterico, quello ideato dai Neurosis, di progressive dalle tinte fosche ed oscure (chi legge pensi a una rilettura creativa degli Anglagard). Il gruppo è alla ricerca costante dell'intensità sonora, mira a evocare immagini sempre sospese tra luce e buio, lavorando – oltre che sulla melodia – sul suono e sulle armonizzazioni; importantissimo, in tale contesto, l'uso di tromba e synth, unitamente alle voci e ad un cangiante succedersi di riverberi, dall'alto potenziale evocativo. L'effetto finale porta impressi i segni di una notevole suggestione, che colpisce intimamente l'ascoltatore, per proiettarlo in lande poco esplorate. I contorni sono volutamente non definiti e i DSD giocano sapientemente con una ricca tavolozza di sfumature. Ma la loro è musica da ascoltare con cura, difficile da definire. Il che rende questo cd – disponibile anche in una splendida tiratura limitata, in vinile colorato – un disco da avere senza remore. Di recente, proprio all'indomani dell'uscita di A Quiat Land of Fear, abbiamo incontrato Marco Paddeu, voce e chitarra della band, anima del progetto (ché di progetto in fondo si tratta, viste le molteplici valenze) e potuto con parlare con lui di molti temi interessanti. Naturalmente, si parte dal disco, coltissimo nei suoi riferimenti letterari (la bella voce di Silvia Sassola apre il brano iniziale, Red Sky of Sorrow, recitando il William Blake dei Canti d'innocenza e d'esperienza) e capace di unire antico e moderno, Medioevo e tecnologia (si vedano, al riguardo, il post-punk destrutturato e alieno di Black Swan, la sperimentazione astratta di 0 Kilometers to Nothing, o ancora l'elettronica di Ancestral Silence). Ma lasciamo la parola a Marco.
1) Caro Marco, ascoltandovi si ha l'impressione che miriate soprattutto all'atmosfera...
Si, vogliamo calarci, noi in primis mentre suoniamo, in un territorio "protetto" dove trasmettere stati d'animo che possano trasportare e trascendere brevemente la realtà. Atmosfera in musica è per me un concetto molto vicino alla liberazione dei sensi e all'abbattimento delle barriere e dei canoni della musica pop.
2) Vuoi essere tu a presentarci i brani del nuovo cd?
Red Sky of Sorrow -  un testo recitato di William Blake (The Human Abstract) funge da introduzione... parole antiche ma estremamente attuali, un ponte ideale per collegarci all'oscurità dei nostri giorni.
Black Swan - è una traccia di estrazione dark che evolve in ritmi tribali e in un finale doom. Black Swan è una guida, una cupa signora, tanto terrificante quanto affascinante, metafora di quanto l'ignoto spesso ci attiri e ci spaventi contemporaneamente, ci porti in territori sconosciuti per poi lasciarci lì senza riferimenti. Estremizzando è anche una metafora della morte.
A Quiet Land of Fear - simboleggia tutti gli aspetti contrastanti legati alle nostre vite e alla nostra realtà. Musicalmente racchiude al meglio quello che siamo, psichedelia oscura alternata a parti doom e un finale quasi kraut rock.
0 Kilometers to Nothing - è una presa di coscienza, il nulla è qui vicino alle nostre vite ed è sempre determinato dall'uomo e dalla sua stupidità.
Ancestral Silence - è uno strumentale dove il rumore "crea spazio" e silenzio.
Silent Sun - il sole è un elemento chiave, sia nella grafica del disco sia nei testi. Nella cover lo puoi vedere anche come una sorta di unione cosmica con un volto femminile.
Distances - distanze non solo geografiche, ma tra le persone. La tromba ha un ruolo portante e intensifica l'aspetto cinematico del brano.
Inanis - secondo strumentale, ambient e noise per addentrarci di nuovo nel vuoto.
That Day i will Disappear into the Sun – fine del viaggio, abbagliati dal sole a riflettere. In certi momenti la natura ci attira a sé, ci meraviglia e ci lascia attoniti, desiderosi di dissolverci in lei e il sole è ancora l'elemento chiave. Se vogliamo questa é, al contrario di Black Swan, una metafora della vita.
3) Una volta Jimmy Page disse che la tecnica non gli importava, che lui si preoccupava delle emozioni. Cosa pensi di tale approccio? Ti senti di condividerlo?
Condivido, Demetra vuole trasmettere emozioni e sensazioni come collettivo e entità che sta cercando nello spirito del suono la sua strada. E' un' impresa molto difficile, ma stimolante e necessaria, per crescere ed evolvere come persone e come musicisti. La nostra musica non è fatta di tecnicismi, sebbene non sia certo elementare, o di virtuosismi. Cerchiamo di lavorare sull'emotività, utilizzando molti contrasti. Perché la vita è fatta di momenti terribili e momenti divertenti e spesso questi sono separati tra loro da attimi, come se il dolore e la gioia potessero coesistere. Ed è così. E la nostra musica vuole rappresentare questa alternanza di emozioni.
4) In definitiva, che cos'è (fare) musica per te? Cosa cerchi in un disco, vostro e non solo?
Fare musica è una delle più belle forme di libertà. Note e spirito, nasce tutto lì senza vincoli, è un processo naturale che mi accompagna e mi permette di esternare ciò che sono e ciò che sento. Così in un disco cerco questo, libertà espressiva, qualcosa che lasci il segno e in qualche modo mi arricchisca.
5) Sia l'artwork sia i testi delle vostre composizioni sono assai raffinati e colti. Nelle liriche si possono cogliere rimandi alla tradizione ermetico-alchemica, che so essere una tua grande passione. Ce ne vuoi parlare? Cosa rappresenta l'esoterismo per te? Quali significati cerchi nell'alchimia?
L'artwork è il primo impatto che si ha con un disco, può darti la possibilità di comunicare con l'ascoltatore ancor prima che senta la musica e se arriva un messaggio, una sensazione... beh significa che funziona. Siamo molto contenti del lavoro fatto da Dehn Sora, il giovane grafico francese che lo ha curato [ha già curato copertine per Ephel Duath e Blut Aus Nord, N. d. A]. E' stato bello lavorare insieme e trasmettergli le mie sensazioni e quindi vedere le sue elaborazioni. Non è stato facile ma è proprio quello che avevo in testa ! I testi invece sono un arricchimento, un elemento che rafforza ciò che si vuole trasmettere. Preferisco che le parole siano lasciate libere all'interpretazione di chi voglia entrarci. Dare dei significati precisi sarebbe come delimitare ciò che invece può essere interpretato secondo la propria sensibilità.
6) Quali sono i tuoi ascolti preferiti e cosa pensi della scena attuale, in cui paiono esser definitivamente cadute le barriere stilistiche che un tempo differenziavano i cosiddetti 'generi'? In fondo, generi e stili sono solo veicoli espressivi per comunicare... Si può esser ottimisti o la qualità sarà sempre apprezzata solo da nicchie ristrette e scelte?
Ascolto di tutto, specialmente nei circuiti underground legati a etichette indipendenti. Qui e nelle nicchie più disparate trovo la qualità e gruppi che sanno trasmettere qualcosa. Ok, i generi e le catalogazioni esistono ma al di la di questi cerco personalità e idee. Sono piuttosto ottimista sullo stato di un certo tipo di musica, ma spesso è nascosta e bisogna andarsela a trovare. Il bello è anche questo: avere la spinta per non fermarsi davanti alle proposte delle major ma supportare un mondo che ha davvero molto da dire.
7) C'è qualcosa, assorbito e metabolizzato in una nuova veste, dell'antico kraut rock tedesco nei DSD, almeno a mio parere... Sei d'accordo?
Adoro il kraut rock, musica avanti di decenni e che oggi è un piacere riscoprire. Neu, Amon Duul II, Can, Faust, Cluster, Popol Vuh, primi Tangerine Dream, Klaus Schulze hanno lasciato pagine fondamentali nel rock. Sta entrando nel nostro dna, per me è una questione mentale, prima che musicale. E' la volontà di andare oltre la forma canzone e un certo tipo di attitudine troverà ancora più spazio sul prossimo disco.
8) La vostra è musica dalla resa cromatica fortissima. Pare vogliate dare un senso al colore attraverso la ricerca musicale, ma anche viceversa...
Sicuramente la nostra musica sta aggiungendo colori rispetto a quando abbiamo iniziato questa esperienza insieme. Credo che l'artwork del primo cd e quello del nuovo "A quiet land of fear" siano una chiara rappresentazione di un passaggio da un ambito piú cerebrale e livido a uno spazio più emozionale e sanguigno. Anche i titoli mi pare rappresentino bene questo passaggio. In questo lavoro i titoli dei pezzi sono molto importanti e sono nati spesso prima del testo, come sintesi concettuale di una tavolozza emozionale diversa. I toni rossi e sangugni si mescolano ora con sfumature plumbee, trasposizione del concetto del dolore emotivo in una sfera psichedelica, la trasposizione della pena in una sfera astrale, come forma di esorcismo.
9) Per te e per i Demetra fare musica è più dipingere, scolpire o costruire?
Adriano: Si potrebbe dire che fare musica per i Demetra sia più vicino al costruire visto che sia il bassista, Adriano, sia il nuovo elemento, Matteo ai synth, sono architetti. A parte gli scherzi, il processo compositivo è sicuramente molto vicino, più che al semplice costruire, al fare architettura. L'architettura è fatta di tecnica ma anche di evocazioni, di sensazioni, è legata alle percezioni, come la musica.
Marco: Dipingere, anche se potrei dirti che mi piace sempre più approcciare alla musica come una pellicola: immagini da raccontare, una storia su cui scrivere la musica. In questa direzione va il trailer che abbiamo realizzato a supporto dell'uscita del disco. La base che abbiamo utilizzato è Ancestral Silence, uno dei due pezzi strumentali. A inizio 2013 è in programma un video per 0 Kilometers to Nothing di cui sto scrivendo una microsceneggiatura basata sul testo. Nei prossimi live, dove possibile, proietteremo delle visuals che andranno a supportare il suono nella speranza di trasmettere un messaggio il più completo possibile.
10) So che sei personalmente impegnato e coinvolto anche con altre entità, i Sepvlcrvm (già autori d'uno splendido lavoro pubblicato nel Regno Unito dalla Paradigms) e un altro progetto solistico più vicino a forme di black catartico e sperimentale... Inevitabile quindi chiederti: progetti per il futuro?
Nel 2010 è uscito, per la londinese Paradigms Recordings, "Hermeticvm", primo lavoro a nome Sepvlcrvm che esplorava territori drone/doom ispirati da un concept sull'alchimia. Sepvlcrvm è un duo, è libera interpretazione e trasposizione in musica di testi antichi. Il 2013 dovrebbe essere l'anno del secondo lavoro decisamente più doom oriented. Vorremmo anche ristampare lo stesso Hermeticvm e le demo precedenti a cui siamo molto legati. Se ci sarà tempo vorrei anche completare i lavori per un disco solista che è nato nell'ultimo anno. E' una bella sfida: è folk, psichedelia, una colonna sonora fantasma o più semplicemente ciò che sono. (Davide Arecco)

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TRE MARTELLI - Cantè’r Paròli
Per il trentacinquennale di attività il gruppo Tre Martelli, emanazione musicale dell'Associazione Culturale alessandrina Trata Birata, che dal 1977 "è impegnata nello studio, documentazione e divulgazione della cultura popolare piemontese", pubblica una suggestiva antologia di brani nei quali l'assieme, a sua volta scaturito in quel lontano e tumultuoso periodo da tre componenti della storica formazione di jazz-rock Angostura, guidato dal violinista (ma non solo) e compositore Andrea Sibilio, musica una serie di liriche del poeta dialettale Giovanni Rapetti, bardo di Villa del Foro, sobborgo della "capitale" del Monferrato, proprio nell'anno che celebra i suoi novant'anni. L'incontro tra i Tre Martelli e la (purtroppo) misconosciuta poesia di Rapetti risale alla fine dei famigerati anni '80: a partire da quel momento, il gruppo, che aveva sempre lavorato - rivitalizzandolo - con il repertorio tradizionale, e mai aveva preso in considerazione l'ipotesi di utilizzare liriche contemporanee, comincia ad inserire qua e là, negli album della propria produzione (ecco le fonti di questa corposa raccolta), le parole del bardo opportunamente musicate, così antiche e allo stesso tempo così moderne, fin dal primo momento considerate come l'ideale prosecuzione o reinvenzione della tradizione. La poesia di Rapetti è, infatti, davvero il distillato racconto, il lirico dispiegamento teatrale, della vita quotidiana, soprattutto contadina, che nell'ultimo secolo (almeno) si è avvincendata nell'ambito di quel territorio, in cui il Tanaro ("il tempo divenuto acqua", "clessidra di gusci e sabbia"), proprio nei pressi di Villa del Foro, ricevuto l'apporto del pavesiano Belbo, intraprende il suo corso in pianura, dopo essere disceso rapido dalle Alpi Marittime, per poi immettersi quasi placidamente nel reale Po. Densa la scrittura di Rapetti, impegnativa, semanticamente stratificata, intrisa di slancio ideale e passione civile, resistenziale ad ampio raggio (per intenderci), costruita da un dialetto strettissimo e del tutto particolare (nel senso di locale), che il poeta coltiva con "maniacale" scrupolo e attenzione, quasi plasmandolo direttamente dalla faticosa terra. Non siamo nelle più occidentali Langhe del già evocato Pavese, ma di meliga e collina, fiume e paese, estate asfissiante e freddo senza rimedio, festa e lavoro, miseria e povertà, sembra di sentir parlare allo stesso modo (ma anche no: l'altissima produzione letteraria di Rapetti, vero e proprio mondo o microcosmo nel quale perdersi, va studiata e rimirata con calma e a più riprese, e varrebbe da sé anche solo che per la musicalità). E a proposito della musica, non ne abbiamo ancora parlato, come forse spesso ci capita. In questa summa poetica certo non scompare: un tripudio di ghironde, violini, strumenti a corda, pifferi, cornamuse, fisarmoniche, organetti ci appare, in un succedersi misurato di danze e balli popolari, anche quando il testo richiederebbe (forse) un commento sonoro più "austero"; e un coro di voci, tante, ben sette quelle soliste e in qualche modo narratrici, anche grazie alle molte collaborazioni, che nel tempo si sono succedute, tra cui (per esempio) quella con Gastone Pietrucci de La Macina, e grazie soprattutto alla presenza di qualche, quasi ungarettiana per carisma declamatorio, "apparizione" in versi dello stesso Rapetti. Musica antica, nella quale un carattere folklorico si intreccia con raffinate linee medioevoali e rinascimentali (si ascolti il flauto di Paolo Dall'Ara in "Ra memòria dra stèila"), e però, proprio come le parole di Rapetti, moderna, attuale, contemporanea, di fresca composizione, figlia dei nostri tempi. Un vero e proprio gioiello per non dimenticare e continuare a lottare, tra le altre cose, contro quella logica che ha fatto sì che il "Mondo è stato venduto, e lo vendono e lo comprano / i morti della Libertà oggi li barattano / le macchine che passano non si fermano / l'asfalto copre la ghiaia e i fiori di menta"). Superlativo. (Marco Maiocco)
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AREA - Live 2012
And Then There Were Three, si intitolava un (trascurabile) disco dei Genesis dello scorcio anni Settanta, lo stesso momento in cui degli Area usciva 1978, gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano. Quasi un trentacinquennio dopo, in tre sono rimasti gli Area: Patrizio Fariselli, Paolo Tofani, Ares Tavolazzi, nel frattempo cresciuti e maturati in mille altre esperienze, tutt'altro che pentiti del ruggente, estremo periodo rosso fuoco Area. Tant'è che sono di nuovo in pista, e sui palchi. E se in questo nuovo cd nel primo tratto si ripercorrono inevitabilmente le meravigliose piste degli Area con Demetrio e Capiozzo (con Maria Pia De Vito e Walter Paoli a rinserrare i ranghi: gran scelta, precisiamo), nel secondo sei inediti in bilico tra sperimentazione timbrica estrema e ricordi di jazz e di note etniche preparano un nuovo presente e futuro: bentornati, Area. (Guido Festinese)
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FRANCESCO GUCCINI - L'ultima Thule

Non è un Guccini di maniera quello che qui chiude, secondo le dichiarate intenzioni, la sua vicenda artistica, se non altro in ambito musicale, nonostante la non più freschezza di un linguaggio, che un tempo è stato impetuoso e originale. Da vorace lettore e capace scrittore, infatti, e come si conviene a quella sorta di nobile volontà testamentaria che anima per intero quest'ultimo lavoro, l'intellettuale e cantastorie modenese confeziona altri otto suggestivi episodi, che si aggiungono (arricchendoli di un'altra profonda manciata di umanità) ai già copiosi e meritevoli appunti e diari di un capitano di lungo corso della canzone italiana. Un album, questo "Ultima Thule", l'estremo nord, che non poteva che uscire nei crepuscolari ultimi giorni dell'anno, quelli che si inseguono via via più corti, fino al "famigerato" e risolutivo (però) solstizio d'inverno. Perchè siamo davvero alle prese con un vero e malinconico commiato, a tratti commosso, e con l'amara constatazione che nulla o quasi è cambiato (l'isola ovviamente non è stata trovata, ma lo si sapeva già anche allora) e che "nel freddo tutti finiremo".

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ALPHATAURUS – Attosecondo

Nella memoria degli appassionati di prog è rimasto quel disco con la colomba della pace in vola che in realtà è anche un bombardiere: era il 1973, e il disco segnava l'inizio delle "scoperte" di Vittorio e Aldo De Scalzi per la Magma Records, etichetta ligure che avrebbe regalato molta buona musica di ricerca. Non ci fu un seguito, per l'incalzante, fantasioso hard prog degli Alphataurus guidati dal tastierista Pietro Pellegrini, degno emulo di Keitrh Emerson: solo la pubblicazione di provini senza voce di quello che sarebbe potuto diventare il secondo disco. Un quarantennio dopo, riecco gli Alphataurus in pista, e tre tracce di quei provini restituiti alla dignità di brani compiuti. Non cercate nostalgia e passatismo in Attosecondo: i vecchi signori sono in forma smagliante, e possono ancora dar lezioni a miriadi di epigoni. (Guido Festinese)

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JOHNNIE SELFISH AND THE WORRIED MEN – Kauntry Musik

La frase ‘Registrato a Nashville, Tennessee’ corrisponde alla cruda verità, e americani sono gli ospiti Mike Daly e John Wheeler,  quest’ultimo   leader della bluegrass band Hayseed Dixie, responsabile soprattutto di deliranti riletture bluegrass di intere discografie del rock, su tutte quella dedicata agli AC/DC. Il quintetto di Lambrate sembra aver assorbito, oltre alla Country Music deformata del titolo, una certa idea di combat folk-rock, che include senz’altro i Clash e tutto ciò che ne è derivato: Pogues, Mano Negra, Billy Bragg, Gang fino  al folk- punk dei Gogol Bordello. L’insieme godibile dei brani composti dal gruppo, nelle coordinate di cui s’è detto, è arricchito da tre cover ben scelte: una rilettura bluegrass di ‘Radioctivity’, la ripresa del traditional ‘Buffalo Skinners’, e una cover piuttosto tranquilla della focosa ‘Letter to the Censors’ dei Mano Negra. (Fausto Meirana)

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