Musica italiana

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LINO STRAULINO – Mosaic

Non sarà l'unico, certo, ma di sicuro Lino Straulino con le sue canzoni è uno dei segreti dell'eccellenza meglio custoditi della Penisola. Da molti, molti anni il cantautore friulano innamorato anche delle tradizioni popolari porta avanti una scelta fatta di rigore assoluto: canzoni nella sua lingua, senza il benché minimo cedimento alla retorica delle "piccole patrie" leghiste: anzi, qui il friulano diventa cifra universale come il genovese per il Signore Che S'Innamorava Di Tutto. In più Straulino ha anche un'attenzione costante per i poeti nella sua lingua: portarli in musica è una fatica che merita l'investimento di sudore. Immaginate il tutto su una voce sognante gonfia di armonici, e su un tessuto di pennate e di arpeggi che rimandano a Crosby e a una West Coast di quattro decenni fa, e capirete perché Straulino è tanto grande quanto modesto. E perché chi ama le canzoni vere deve mettersi in ascolto. Registrazione dal vivo a Lugano, impeccabile. (Guido Festinese)

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ARTISTI VARI – More Animals At The Gates Of Reason/A Tribute To Pink Floyd

Di tributi ai Pink Floyd, potrebbe dire qualche maligno progster, sono piene le fosse. Uno in più non sposta l'indice di gradimento di una tacca. Invece qui, in due cd zeppi di brani ci sono diverse buone ragioni d'ascolto: a cominciare dal fatto che l'idea è stata quella di valorizzare soprattutto composizioni "minori" dei Nostri, ma che minori non sono: ad esempio i brani del cupo e straziato Animals, o qualcosa da The Final Cut, ingiustamente tenuto nel dimenticatoio quando invece si tratta della più bella riflessione in musica sui veleni thatcheriani e bellicisti mai incisa. Ma anche brani da The Piper, da Meddle, e purtroppo anche qualcosa dai leccati pseudo Floyd degli ultimi due dischi. La seconda ragione d'interesse, per noi, è che ci sono due splendide realtà liguri al lavoro: i Fungus con Careful With That Axe, Eugene, e l'ubiquo, ottimo Fabio Zuffanti per Astronomy Domine. (Guido Festinese)

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GANG - Il seme e la speranza

Partiti come impetuosi e rumorosi Clash nostrani, sempre più legati nel corso della loro vicenda ad una ruspante canzone di protesta (diciamo) più autoriale (alla Billy Bragg per intendersi), i marchigiani fratelli Marino e Sandro Severini e la loro Gang sono da tempo una delle realtà più vive, solide e interessanti del popular italiano, oggi quasi più vicini all'emozionante formulaicità folk di un Robert Fisher e della sua Willard Grant Conspiracy, che alle rispettabilissime sferragliate punk dello scatenato Joe Strummer degli esordi. Perché, in effetti, le loro urticanti e però forse un po' introverse (per lo meno all'inizio) chitarre hanno negli anni ampliato lo spettro sonoro, trovato maggiori soluzioni, cercato di interpretare con sempre più generosità e respiro, dispiegandola, quasi stendendola al sole, la ballata popolare, valorizzandone al meglio le potenzialità evocative e narrative, ed aprendosi anche ad un numero via via più ampio di illustri collaborazioni, come avviene in questo storico, nel senso di affidato alla storia già da qualche anno, "Il seme e la speranza". Da sempre impegnati sul fronte della memoria resistenziale e del suo universo di valori - splendido a questo proposito il loro progetto con l'attore Daniele Biacchessi sul famoso Armadio della Vergogna -, i Severini oggi ripubblicano a grande richiesta, in un'aggiornata rimasterizzazione, questo suggestivo ed ambizioso concept album (pubblicato nell'ormai lontano 2006) dedicato al perduto mondo contadino, divorato da una soffocante industrializzazione e dalla "cultura" della macchina e dell'accumulazione, e alle sue nobili fatiche (forse un po' troppo idealizzate, come Carlo Levi non avrebbe certo esitato a denunciare). Un modo per cantarne, sia la dignitosa lotta per l'emancipazione (laddove si è verificata), sia soprattutto gli antichi saperi, legati alla mirabile arte (tutta da recuperare) di ricavare dalla terra la vita e il necessario sostentamento, simbolo di speranza appunto, oltre che di un possibile futuro. Insieme ad un ampio ventaglio di preparati strumentisti, tante, come detto, le collaborazioni di peso, dal Coro delle Mondine di Novi al compianto Andrea Parodi, da Stefano "Cisco" Bellotti a Gastone Pietrucci de La Macina; e massiccia, come al solito, la dose di pathos e carica emotiva infusa in un lavoro corale tutto da ascoltare, che invita a "riappropriarsi" con consapevolezza della terra e a tornare alla semplicità, potremmo dire gandhiana, alla quale induce, perché "This Land Is Your Land", come diceva Woody Guthrie. Una ristampa quanto mai attuale, se non altro un ottimo spunto di riflessione, in un'epoca post industriale priva di indirizzo come la nostra, nella quale anche il capitalismo molecolare, come direbbe il sociologo Aldo Bonomi, risposta tutta italiana (o quasi) alla fine del fordismo, sembra ormai entrato definitivamente in crisi. Sempre necessari. (Marco Maiocco)

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NANAUE – Nanaue

Sei anni di lavoro, dal 2008 al 2013: tanto è durata la gestazione di un piccolo disco prezioso, che merita ognuno dei giorni che s'è fatto aspettare. Nanaue è la sigla che identifica il duo Matteo Nahum e Emiliano Deferrari, due nomi preziosi dei pentagrammi genovesi, il primo ascoltato spesso a cucire arpeggi e voli solistici nei dischi dei grandi cantautori, il secondo ottimo vocalist e comunque musicista a tutto tondo. Se i casi della vita hanno portato spesso i due ad agire molto (e bene) nei più svariati territori musicali, qui, nella "loro" creatura si dà vita a un art rock sontuoso e scintillante, che sembra prendere le mosse là dove finivano i Genesis di "The Lamb" e iniziava l'inquieta ricerca solistica dell'Arcangelo Gabriel e tracciare un sentiero che porta alle più evolute forme di quello che Steve Wilson definisce oggi "post prog". E qui di "evoluzione" ce n'è davvero molta, oltre a melodie che strizzano il cuore: da echi gospel a tratteggi quasi sambati, per un viaggio davvero memorabile. (Guido Festinese)

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ORCHESTRA COCÒ - Hot Club

Un po' di leggerezza non guasta, a volte, nell'assedio di cupezze e difficoltà quotidiane. Tutto sta a trovare la dose giusta, e soprattutto i musicisti giusti, che leggerezza sappiano dispensare senza farla diventare fatua inconsistenza. E' un rischio che non corre la formidabile Orchestra Cocò, che poi, a dispetto del nome, è un trio con due chitarre "manouche" e contrabbasso, quello di Lucio Villani, che poi è anche la voce solista. Qui c'è ospite anche Giorgio Conte, uno che poi non è molto distante dalle cose amate in casa Cocò: standard americani riletti con ironica distanza apparente, e molto affetto reale, swing italiano come piaceva al "nostro" Natalino Otto, Django Reinhardt. Per la prima volta, anche un paio di brani originali: del tutto in stile con quanto c'è attorno. (Guido Festinese)

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KIRLIAN CAMERA – Black Summer Choirs

Sono trascorsi due anni dal magnifico Night Glory e la creatura di Angelo Bergamini torna a calcare le scene con un nuovo capolavoro. Nell'ascoltarli, nel parlare con loro – si rilegga l'intervista che mi rilasciarono per questo sito – nell'apprezzare l'incastro rilucente di dettagli e sfumature che contraddistingue la loro musica, si comprende che i KC, nello scenario electro-dark contemporaneo, sono qualcosa d'altro, di diverso rispetto alle (tante) proposte di un panorama in crescita fluttuante. Con i quattordici brani di Black Summer Choirs, i KC ridipingono un approccio – il loro – davvero unico al mondo, unico in quanto figlio di una sensibilità che è raro rinvenire oggi. Questo nuovo disco sposa melodia e sperimentazione, elettronica e inserti cameristici, sintetizzatori futuristici e ricerca dell'origine, notte e giorno, luce ed oscurità. E' come se i KC giocassero a far incontrare il Sole del Mediterraneo e le nevi del Nord Europa: un'alchimia che si regge pure sul ricupero di gloriosi strumenti del passato (il moog theremin e l'arp odissey, suonati dalla meravigliosa vocalist Elena Alice Fossi). Angelo Bergamini dirige le proprie tastiere come fossero una grande orchestra, cerca il suono e i suoi cangianti significati, li declina, li fa incontrare in una maniera mirabile. Spesso l'elogio dell'articolista è una trappola, ma in casi come questo non si può non parlare d'autentica lezione di stile, di sentire puro. Le differenze con Night Glory, a questo punto: se le scelte timbriche restano fantascientifiche e classicheggianti insieme, epiche e solenni, sontuose e romantiche (in senso wagneriano), qui il taglio è più cupo, introspettivo ed evocativo: le atmosfere rimangono come sospese e avvolgono chi ascolta. Per portarlo altrove, dentro a un universo artistico e valoriale alieno e asimmetrico rispetto a quello odierno. (Davide Arecco)

Top ten del mese

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