Musica italiana

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LIGURIANI - Stundai

Un tipo “stundaio”, in genovese, è uno un po' bizzarro, imprevedibile, spesso tutt'altro che privo di ingegno, ma che bisogna saper prendere. I Liguriani scelgono proprio quell'aggettivo per definirsi, e ci sta tutto: in fin dei conti, a rovesciare un assunto spesso considerato incontrovertibile, il “folk ligure” della band è tutt'altro che vacua ripetizione di un formulario tradizionale. E perfino l'assetto strumentale, magnificamente assestato sui flauti di Michel Balatti, voce violino e percussioni di Fabio Viale, la chitarra di Claudio De Angeli, organetto e mandolino di Filippo Gambetta, le cornamuse di Fabio Rinaudo, è un insieme di timbri funzionale, ma parecchio azzardato. Sta di fatto che i Nostri “stundai” al secondo disco, e dopo aver macinato qualche migliaio di chilometri in tour in giro per l'Europa, tornano con un lavoro filante e sontuoso, tanto semplice e coinvolgente all'ascolto(tante, tante danze gioiose) quanto meditato, nell'equilibrio perfetto tra “tradizione” e “composizione”. E ben suonato, soprattutto. Ospite Stefano Valla, il pifferaio magico delle Quattro Province. Altro gran “stundaio”. (Guido Festinese)

 

 

 

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TRE MARTELLI & GIANNI COSCIA – Ansema

Una collaborazione tra concittadini quanto mai benvenuta questa tra il fisarmonicista jazz Gianni Coscia e il gruppo di folk tradizionale Tre Martelli; sia Coscia che il gruppo sono infatti di Alessandria, e da molti anni calcano le scene, visto che per i Martelli si parla di trentasette anni d’attività, mentre per l’ottantatreenne fisarmonicista la tardiva carriera professionale viaggia verso il trentennale. Il disco, in gran parte registrato dal vivo, consta perlopiù di rifacimenti di brani consolidati del repertorio del gruppo, con un paio di brani nati per questa collaborazione. L’inserimento della ‘fisa’  nel collaudato e rodato ensemble  tradizionale funziona egregiamente, come si è potuto constatare  anche nell’esibizione di Castelceriolo (AL) dell’8 novembre scorso, nello storico cinema teatro Macallè, vero e proprio faro nella nebbie dell’alessandrino. I fraseggi jazz, le antiche melodie e gli strumenti tradizionali si sono amalgamati perfettamente, grazie soprattutto al lavoro del violinista Andrea Sibilio cui si devono gli arrangiamenti e all’esperienza dei musicisti e le voci.  Solo un appunto per la copertina, un po’ povera, ma qui, da piemontesi, si bada più al contenuto che alla forma. (Fausto Meirana)

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PAOLO BENVEGNÙ - Earth Hotel

EARTH HOTEL è il nuovo disco di Paolo Benvegnù per Woodworm Records. Arriva a tre anni  di distanza dalla pubblicazione del precedente “Hermann”. Dodici brani in cui l’arte, la  poetica di Benvegnù esplorano l’amore, da diversi punti di vista. All’interno dell’Earth Hotel,  luogo a cui tutti apparteniamo ed in cui tutti abitiamo, trova posto l’amore in ogni sua  declinazione, i luoghi dove esso si espande e si consuma, i viaggi che ne acuiscono la  distanza o la riducono, i tempi brevi o lunghissimi che ne scandiscono i ritmi.  Un inno fortissimo alla vita, urlato a gola piena. Una riflessione profonda e ammaliante,  senza  sconti, lucida ed appassionata, carica di amore,  necessità irrinunciabile che l’artista  persegue con l’ostinazione di un capitano che, senza bussola, affida alla propria intuizione e  alle stelle la sua rotta.     EARTH HOTEL secondo PAOLO BENVEGNU’ :     Earth hotel parla di amore nelle stanze.   Ovunque.   Di alberghi, di case, di transatlantici, di treni, di aeroplani ed automobili.   Nello stesso istante.   Che sia martedì o il giorno di un compleanno oppure l’anniversario della prima repubblica.   Di ogni tipo di Amore.   Quello di ogni tempo.   Quello impastato di bene e male.   Quello conscio e quello sbadato.   Dodici mirabili miniature.   Dall’alba al tramonto.   Elettrico e notturno.   Grida al cielo e sussurrii nell’ombra.   Alle madri.   Ai Figli.   A quell’eterno miracolo di vita che ci consuma

CD in vendita da Disco Club a partire da mercoledì 12 novembre al prezzo di 14,90 €

vedi sotto video

 

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DIN DÙN - Majin

Non fatevi "ingannare" dalla copertina (per così dire) montanara di questo lavoro, che, data la provenienza di un paio dei componenti il Din Dùn Trio, potrebbe richiamare immediatamente gli elevati e antichi pascoli che incoronano e imperlano le sommità delle "nostre" misteriose valli occitane, o anche (forse più propriamente) l'estesa pianura piemontese, che d'inverno raccoglie e accoglie le mandrie che l'alta montagna per forza di cose respinge. Qui non siamo di fronte a un semplice disco di matrice folklorica o popolare (del resto non ci sarebbe niente di male, ovviamente), e nemmeno siamo alla prese con una delle tante e possibili, spesso entusiasmanti, mediazioni popular del ricco e profondo bagaglio della tradizione. Il piemontese Din Dùn trio ripropone (certo) materiale tratto dal vasto repertorio popolare del Piemonte, estrapolato dalle storiche ricerche etnomusicologiche di studiosi seri come Costantino Nigra, Leone Sinigaglia e Giuseppe Ferraro, ma in una chiave decisamente innovativa, inusuale se non altro, contemporanea, sperimentale, a tratti davvero geniale, colta, intrisa del fuoco sacro della ricerca. Angelo Conto (pianoforte), Alessandra Patrucco (voce) e il catalano Marc Egea (ghironda e flauti) si muovono come funamboli e con tutta la positiva tensione che questo comporta, pur esprimendosi con leggerezza, su un'aerea e impervia cresta sospesa tra l'accademia, anche quella più libera e "irriverente", la narrazione e la formulaicità popolare, e lo scavo jazzistico, quello dedito soprattutto alla ricerca di un risultato sonoro, di un puro e personale suono (progressivamente disvelato, demiurgicamente controllato), e al tuffo abbandonato e vorticoso in un'improvvisazione imprevedibile e radicale (anche se in questo senso si sarebbe potuto osare di più). Tutta questa ricchezza culturale ed espressiva, questa complessità e consapevolezza linguistica, vengono restituite con grande immediatezza, attraverso una musica suggestiva, emozionante, elegante, molto piacevole, anche rilassante, che in nessun momento, e senza indulgere nella condiscendenza, perde di vista l'umanità, l'autenticità, la tenerezza e la melodia del canto popolare, da cui (in questo caso) scaturisce. Straordinaria la voce di Alessandra Patrucco, flautata, morbida, malleabile, evocativa, drammatica, dall'ampio registro estetico; sorprendente l'uso della ghironda da parte di Marc Egea, capace di prodursi in complicati soli (come suonasse una viola o un qualche strumento etnico a corda) su uno strumento "diabolico", solitamente ingestibile, poco intonabile, e in genere "semplicemente" adatto a produrre una sorta di magico, riverberante, "basso continuo", o forse (nel caso della ghironda) sarebbe meglio dire bordone armonico; sapiente la conduzione al pianoforte di Angelo Conto, musicista raffinato, dalle ampie vedute, in profondo equilibrio fra più linguaggi, sulla cui guida esperta si poggia l'intero progetto. Coraggiosi. (Marco Maiocco)

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ALTERA - I Love Freak

Lui girava per il mondo, nei suoi ultimi giorni, tenendo sempre un “badge” circolare appuntato sula giacca con scritto “I Love Satie”. Dichiarazione d'amore per un genio irregolare e un po' eretico della musica scomparso negli anni Venti. Come a dire che tutti quelli pronti a cavalcare la tendenza, e a saltare sul carro trainato dall'ultimo ronzino musicale spacciato da purosangue novità devono stare un po' più attenti. Lui era Roberto “Freak” Antoni, l'inventore degli Skiantos, del rock demenziale, di poesie tra le più belle ed irriverenti scritte in un Paese in cui, per usare le sue parole, “non c'è gusto ad essere intelligenti” e dove nulla si può pretendere, perché “cosa pretendi da un Paese che la forma di una scarpa”? Freak Antoni, tanto lucido e ferocemente sarcastico nella vita artistica quanto persona squisita, coltissima e gentile nella vita provata, è stato un grande amico di Stefano Bruzzone degli Altera. L'ultima sua incisione in assoluto prima di morire è stata per Par- lamento degli Altera, che qui trovate. Insieme a contributi di poeti e scrittori, reperti preziosi con la voce di Freak che declama ( C'è anche , per intendersi), qualche canzone nuova dura e struggente, spezzoni di video in coda per non dimenticare quel piccolo grande uomo. Un disco, racconta Bruzzone, che “s'è fatto da solo”. Non lasciamolo solo, però. (Guido Festinese)

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PAOLO CONTE - Snob

Probabilmente tra vent’anni rivaluteremo anche queste opere tardive dell’avvocato di Asti. Per adesso, visto che scriviamo al presente, il rischio è che ascoltare dischi come ‘Snob’ finiscano per ridimensionare anche gli album precedenti. E non parliamo solo di ‘Nelson’, à se bastante per screditarsi, ma anche del periodo CGD, quello di mezzo, che pure tanti bei dischi ci ha dato (gli ellepi RCA non si discutono). Al di là delle facili provocazioni sarebbe bastato evitare l’apertura di “Si Sposa l’Africa” con tanto di Kunta Kinte nel ritornello, la “Donna dal Profumo di caffè” con i consueti borbottii e “Argentina”, incisa sotto altro nome almeno già tre volte e le cose avrebbero già preso un’altra piega. O forse ha ragione lui e allora va bene la bossa-nova di ‘Tropical’ con le sue rime estenuanti e il profumo di Genova in ‘Maracas’ con tanto di scignua de Zena. O forse, semplicemente, la nostalgia d’antan ha perso il suo fascino e Conte con lei. (Danilo Di Termini)

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