Libri
| 17 Dicembre 2008
"Ogni successo che si rispetti chiama almeno un sequel, come sanno bene Omero, i Dumas e Federico Moccia, e Il fu Mattia Bazar (Orme, 2007) non poteva restare da solo a difendere l'onore degli stupidari da libreria. Ecco quindi Il buio oltre le seppie che deve il titolo a un'acrobazia linguistica carpiata e rovesciata (quel buio che allude a neri intingoli da risotti) e il contenuto alla acribia filologica e allo scrupolo collezionistico di diversi appassionati del genere: Paolo Di Stefano, Alberto Rollo, Stefano Furini, Lino Apone, Brunella Schisa, Gianluigi Zecchin, Giovanni Mipa Moliterni della libreria dell'Arco di Matera, i librai della libreria il Trittico di Milano, Romina Scotto della libreria Feltrinelli di Napoli, i librai di www.bookavenue.it e di neurolibreria.blogspot.com e naturalmente Franco Zaio della Feltrinelli di Genova che anche quest'anno ha aperto gli scrigni del suo infinito archivio di scemenze ascoltate sul posto di lavoro e registrate con l'amorevole disciplina del ricercatore.
Il buio oltre le seppie (non mi stancherei mai di ripeterlo, ogni volta mi fa ridere) si distingue rispetto a Il fu Mattia Bazar (neanche questo era male, però) perché a quella degli autori e dei titoli di libri storpiati, aggiunge la categoria delle "scene da libreria". Dialoghi poco platonici fra librai e clienti, surreali e fulminanti Tragedie in due battute (di Carlo Campanini, giusto?) che descrivono, meglio di un trattato di marketing editoriale, la vita quotidiana nelle librerie italiane.
Due parole sull'autenticità dei contenuti del Buio oltre le seppie. Come per Il Fu Mattia Bazar qualche lettore sosterrà che alcune delle sue perle non possano essere vere. Le due parole sono giurin e giuretta. Tutto quello che abbiamo scritto è stato pronunciato in libreria da un cliente o da un libraio . Giurin giuretta. Va bene così? Cos'altro si pretende da noi? Un atto notarile?
Bene, buon divertimento e alla prossima raccolta (che potrebbe intitolarsi, chissà, Il maestro e la pizza Margherita, di Bulgakov naturalmente)." Questa l'introduzione di Stefano Tettamanti.
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| 17 Dicembre 2008
Opera divertente e meritoria di due studiosi e appassionati di popular music di Carpi. Il primo, Brunetto Salvarani, teologo e giornalista, esperto di dialogo interreligioso, il secondo, Odoardo Semellini, operatore culturale presso il Comune di Carpi, cultore di fumetti e canzone d’autore. I due hanno scritto insieme per Il Margine Di questa cosa che chiami vita. Il mondo di Fancesco Guccini (2007, 2 ediz. 2008) e affrontato in separata sede studi sulla poetica di Fabrizio De Andrè. In questo libro con meticoloso e contagiante entusiasmo ripercorrono l’intera vicenda artistica dei Giganti, gruppo beat tra i più amati degli anni ’60 (grazie a un fare più pensoso e responsabile, meno ribelle e scanzonato), per raccontare poi nello specifico la storia dell’opera più ambiziosa, intrigante, sfortunata e controversa della band milanese: quel Terra in bocca edito dalla Ri-Fi che nel 1971 apparve come uno dei primi concept album italiani, e che in quell’anno fu tra gli Lp che in Italia segnarono il passaggio dalla canzone beat al rock progressivo. Un approdo a forme musicali più estese e articolate, sulla scorta di quanto già stava accadendo in Inghilterra (con gruppi come i King Krimosn, i Genesis, i Van Der Graaf Generator), grazie all’avvento del long playing, un supporto audio che finalmente consentiva una più ampia e duratura fonofissazione. Terra in Bocca, però, segnò la fine dei quattro Giganti (Giacomo e Sergio Di Martino, Enrico Maria Papes, Francesco Marsella), che dopo l’insuccesso del disco, a causa di una feroce subdola e mai pienamente documentata censura, decisero di sciogliersi per intraprendere avventurose strade personali. I quattro, per altro, avevano già nel ‘68 espresso la volontà di porre termine all’esperienza del gruppo, salvo poi ritrovarsi nell’estate del 1971 in un camping di Marina di Grossetto tutti abbarbicati attorno all’idea di scrivere ed incidere un’opera rock interamente dedicata alla denuncia del fenomeno mafioso, uno dei grandi tabù allora imperanti nel nostro Paese (ecco il motivo della censura), fino a quel momento praticamente mai trattato in modo aperto ed esplicito.
Altri articoli...
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- ROBERTO COLOMBO - Django oltre il mito
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- LUCA DE GENNARO E tutto il mondo fuori (Oscar Mondadori - 8,40 - 2005)
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- FEDERICO FIUMANI - Doveri tu nel 77? (Coniglio Editore 2006 - 96 pagg. - 10,00 )
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Critico e collezionista blues tra i più esperti in Italia e nel mondo con all’attivo illustri collaborazioni con la Cambridge University Press e la University Press of Mississippi, il genovese Luigi Monge conduce da anni un mirabile, certosino e specifico studio sui testi del blues, sulle liriche che hanno segnato la storia della cosiddetta “musica del diavolo”, indispensabili per l’edificazione di un’antropologia culturale del blues in grado di ricostruire il quadro delle condizioni sociali e ambientali che hanno determinato la nascita della musica nero-americana per eccellenza. Insegnante di inglese e profondo conoscitore delle più intime sfumature semantiche del “black english”, l’inglese dei nero americani, Monge compie in questo libro un viaggio affascinante all’interno del “corpus letterario” di Robert Johnson, forse il più grande bluesman di ogni tempo (senz’altro il più acclamato), imprescindibile anello di congiunzione tra il blues rurale del Delta, quello urbano elettrificato di Chicago e il rock.
Peccato che, come da note introduttive dello stesso Alberto Bazzurro, in una lontana notte del 1992 in quel di Bolzano il grande trombettista Don Cherry si sia letteralmente appisolato durante la conversazione, determinando così un classico caso di intervista interrupta. Se fosse andata a buon fine, la chiaccherata con Cherry avrebbe senz’altro arricchito queste già succose pagine, che racchiudono 26 interviste ai più svariati artisti (soprattutto jazzisti) raccolte dal giornalista musicale genovese in 25 anni di onorata carriera (in particolare come collaboratore dello storico mensile Musica Jazz). Un modo per festeggiare il lungo corso di una nobile attività che in Italia è difficile portare avanti con un minimo di dignità e tranquillità. Bazzurro è cronista scrupoloso, rigoroso, competente, con uno stile asciutto, secco, essenziale e tuttavia aggraziato. Se dovessimo fare paragoni con l’alta letteratura nostrana, potremmo parlare di un incontro tra la brevitas di Dino Buzzati e la leggerezza di Italo Calvino. Da sempre abituato a confrontarsi fino in fondo con tutte le espressioni musicali più forti, sentite, pensate, radicate nelle coscienze, Alberto Bazzurro si è dimostrato negli anni professionista serio, dall’approccio mentale curioso, aperto, capace di sintonizzarsi di volta in volta con i nuovi scenari di un mondo in continua evoluzione. “Parlami di musica” è lo specchio fedele di questo modo di affrontare le cose. Gli appassionati di jazz potranno trovarvi gustose interviste a Steve Lacy, Roswell Rudd, Roscoe Mitchell, Gato Barbieri, Gian Luigi Trovesi, Paolo Fresu e altri ancora, mentre i sostenitori della canzone d’autore e della musica popolare si troveranno a conversare amabilmente con Fabrizio De Andrè, Gino Paoli, Giorgio Gaber, Francesco Guccini, Astor Piazzolla e Giovanna Marini, solo per citare alcuni nomi. In fondo ad ogni intervista, tre sapienti consigli discografici da isola deserta.