
Tra migrazioni jarrettiane e voglie ambient, Svensson continua nel tentativo di dare una nuova immagine alla formula del piano trio. Come il precedente lavoro, però, convince solo in parte. L’inizio è emblematico. Una lentissima ballata dove le note precipitano dalla tastiera come pesanti gocce di pioggia acida. Il vortice del basso-compressore indica una tendenza alla virata elettronica, ma mancano le invenzioni e le briosità di Medeski, Martin e Wood. Molto meglio quando la splendida alchimia ed il perfetto interplay fra i musicisti sfocia nelle classiche cavalcate che tanto devono al trio di Jarrett, Peacock e Dejohnette, dove i favolosi spunti dei primi album tornano prepotenti ad ammaliare l’ascoltatore. Una prova che strappa numerosi applausi, quindi, ma che offre anche qualche momento da dimenticare.
(Massimo Villa)