“Creuza de Mä” fu salutato come un capolavoro un po’ da tutti. Persino le riviste britanniche dettero fondo ai superlativi e parlarono di pietra miliare di quella che cominciava a essere chiamata world music. Ma per noi genovesi c’era qualcosa in più. Nel tovagliolo ricamato dell’interno stavano parole che avevamo dimenticato, persi nel futile chiasso degli anni ‘80, parole che i nostri genitori non usavano più, che ci facevano sorridere o peggio vergognare. Al contrario, in brani come “Sidun” (ancor oggi straziante) o “Jamin-a” quella lingua aspra è in perfetta sintonia con tutto il resto: le voci del mercato, gli strumenti etnici, persino la batteria di Calloni! Qualcuno, tra i più noiosi, trovava la pronuncia non proprio perfetta, ma si sa: a Genova il mugugno non costa niente, costa più caro ammettere che, nel ventennale di tanta bellezza, poco si sia fatto per ricordarla. (Fausto Meirana)

