Un gruppo di giovani scozzesi che, mentre la nazione tornava alla ribalta mondiale per il pop agrodolce di Belle & Sebastian,esordiva con settanta minuti di torrenziale elettricità. Questo sono i Mogwai. L’anno era il 1998.Settanta minuti che chiamavano in causa, vicino a melodie dolcissime, i colori abbaglianti dei My Bloody Valentine e il rumore bianco dei Sonic Youth, i bassi profondi dei Joy Division e l’etica intransigente del punk rock. Neanche una parola ad accompagnare quei suoni, solo una voce piccolapiccola che sussurra di musica e stelle prima che cominci il disco. Rock strumentale (!) che riesce a svegliare pubblico e critica mentre, stupiti, salutano l’arrivo di questa strana combriccola caratterizzata da un senso di gioco che permea ogni cosa, tranne le canzoni. Il nome per incominciare: Mogwai, il capo di una ciurma di marziani affamati e pelosi prelevati dal cinema degli anni ’80. Il fare da “banda”, poi: l’atteggiamento morbido e spavaldo di un gruppo di amici da poco non più adolescenti e i mille riferimenti a videogiochi, dischi e film; l’immaginario e le citazioni che certa età adulta archivia a torto come “infantili”.La musica è un ottovolante di melodia che cresce vorticosa e, il più delle volte, esplode in caverne di distorsione e rumore. Sature di ogni elemento incontrato in precedenza (la linea melodica, l’incedere del basso, i tamburi dapprima defilati) portato alle estreme conseguenze formali. Il suono del gruppo, oramai al quarto album, pur rimanendo qualitativamente notevole, andrà assottigliandosi verso un’atmosfera più scheletrica e rarefatta. Canzoni “migliori”, composte meglio e certamente affascinanti. Ma l’impeto di questa prima prova, i venti minuti conclusivi e maniaci di “Mogwai Fear Satan”, sono forse la cosa che non ce li farà dimenticare mai. (Marco Sideri)
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