
Passata alla Island dopo l’inatteso successo del disco d’esordio Dry, provata da una lungo tour, dalla fine di un’importante relazione e dal soggiorno nell’odiata Londra, Polly Jean Harvey da alle stampe 14 canzoni rabbiose: angoscia, dolore e fantasie di vendetta popolano questo disco con pezzi che inquietano l’ascoltatore appoggiandosi su testi arrabbiati ed ironici.
Il brano d’apertura ne è un perfetto esempio: una donna implora il proprio compagno di non abbandonarla e l’atmosfera si rende pericolosa ed irrazionale, in un crescendo continuo che termina con un gemito ossessivo. Le stesse immagini ricorrono in “Legs” e “Rub ‘til it Bleeds” dove la ragazza del Dorset intona: “posa la tua testa su di me, la accarezzerò dolcemente, la sfregherò per bene fino a che non sanguinerà…”; “Missed” e “Hook” non si placano dal punto di vista musicale ma la prospettiva da cui l’amore viene analizzato è diametralmente opposta: l’uomo non è più il colpevole ma una persona a cui sottomettersi ciecamente.La cover di Bob Dylan, “Highway 61 Revisited”, rappresenta lo spartiacque tematico dell’album, in cui al desiderio di vendetta per le delusioni sentimentali si sostituisce un’ironia tagliente e sarcastica che scherza soprattutto sulla presunta virilità dell’uomo (si vedano “Dry” e “Me-Jane”). Musicalmente tra i brani di questa seconda parte spicca “Man-Size Sextet ” che riesce a coniugare ed armonizzare un arrangiamento d’archi con elementi rumoristi. La produzione di Steve Albini rende l’opera compatta, strumenti e voce si amalgamano perfettamente estrinsecando lo stato d’animo dell’artista con continui scarti di tono, volume e ritmo. Sicuramente un disco di non facile ascolto, ma, a parere di chi scrive, imperdibile.
(Andrea Tassistro)