
“Parlare di musica è come danzare un’architettura”. La sagace frase è attribuita a Bob Dylan e torna in mente a proposito di “Remain In Light” dei Talking Heads. In questo caso però i termini dell’asserzione, proprio come piacerebbe al leader del gruppo David Byrne, vengono mischiati e ricomposti: “Danzare la musica è come parlare di architettura”. Questo perché “Remain In Light” è album che vuole recuperare un inconscio ritmico collettivo e primigenio e si dedica all’impresa con un razionalismo degno di un progetto Bauhaus. Gli architetti sono David Byrne e Brian Eno, qui in veste di produttore e ideologo sonoro.I due avevano steso poco prima il loro manifesto ideologico con l’album “My Life In The Bush Of Ghosts” e la sua world music (termine all’epoca ignoto) decostruita e tecnologizzata. Eno e Byrne decidono di applicare lo stesso metodo di lavoro alle sedute di registrazione di “Remain In Light”: brani che nascono come pulsazioni ritmiche irrobustite in chiave funky e arricchite dagli interventi di ospiti prestigiosi quali Adrian Belew (chitarra in “The Great Curve”) e Jon Hassell (tromba in “Houses In Motion”). Su questa base strumentale s’innesta il cantato di Byrne, meno isterico rispetto al passato e strutturato su serrati recitativi (a tratti accostabili al nascente rap) alternati ad aperture corali in chiave “call and response” (“Once in A Lifetime”). All’uscita il lavoro viene salutato come un capolavoro di “primitivismo modernista”; riascoltato 24 anni dopo suscita ancora stupore per la sua ricchezza timbrica e per la strana cupezza degli ultimi tre brani (in particolare “The Overload”) che sembrano dissipare volutamente tutta l’energia positiva fin lì accumulata.
(Antonio Vivaldi)