
Ed Harcourt ha una storia solita, per i genietti irregolari della canzone d’autore: ha costruito negli anni un bagaglio di canzoni e melodie infinite, provando e sperimentando con i suoni in una grande casa della Cornovaglia. Con questa dote, si è buttato nell’agone del mercato musicale con un’uscita defilata e minore, l’EP “Maplewood” che gli regala i primi plausi di critica e (smilzo) pubblico.Ascoltandolo, sembra di trovarsi davanti ad una versione anglosassone e meno ruvida di Tom Waits; il banjo e il pianoforte disegnano i confini delle canzoni che spaziano da esercizi tradizionali a episodi più pop e masticabili. Ma è breve, “Maplewood”: neanche mezz’ora di malinconia e accordi. Per questo cresce una certa curiosità intorno al seguito, il primo album lungo che Ed si appresta a pubblicare nel 2001. Quando arriva, “Here Be Monsters” dimentica di colpo le suggestioni waitsiane del fratello minore per accomodarsi in una scrittura più compiuta e limpida. I singoli brani vivono di suoni più luminosi, spesso elettrici, ma non rinunciano ad una scrittura matura e godibile. Anche scontentando qualcuno, che magari lo sperava l’ennesimo cantautore neo-tradizionale, Ed sfugge ad ogni immagine preconfezionata e rivela tutta l’ampiezza della sua ispirazione: She Fell Into My Arms è una perfetta ballata di pop pianistico; Apple Of My Eye, un ritornello memorabile; Shangai, un’esplosione di entusiasmi che strizza l’occhio al rock. E così, dopo aver mischiato le carte, Ed Harcourt entra nel cuore di molti, scontenta qualcuno, e riesce ad incidere un piccolo capolavoro del pop di oggi. Se sarà “immortale”, lo dirà il tempo. Per il momento, “Here Be Monsters”, a noi, basta e avanza.
(Marco Sideri)