Il nome della formazione è ispirato a una catena di supermercati di Memphis e vorrebbe essere augurale, così come vorrebbe essere un incoraggiante double entendre il titolo del primo album, #1 Record (1972), che invece la classifica non la vedrà neppure di sbieco. Per problemi finanziari della Stax, casa madre della Ardent (etichetta del gruppo), il disco viene infatti distribuito poco e male. Ma anche senza questo contrattempo, è probabile che, per questioni squisitamente sonore, il grande pubblico avrebbe ignorato il lavoro. Le sue 12 concise canzoni sono infatti un perfetto esempio di non-sintonia con i tempi, eroico tentativo di conciliare l’aerea melodiosità dei Beatles con le asprezze terrigne del rock sudista in un'epoca che, al contrario, premia minutaggi, gestualità e atteggiamenti sopra le righe. Quando, nel 1974, fa la sua comparsa Radio City, Chris Bell è già uscito di scena, sommerso dalla depressione e da un mal represso antagonismo nei confronti di Chilton. Anche questo secondo lavoro passa inosservato nonostante la presenza di un titolo che, per immediatezza e ariosità, parrebbe destinate al trionfo commerciale come September Gurls (anni dopo verrà ripresa dalle Bangles). La frustrazione che induce Hummel a uscire definitivamente di scena (non parteciperà ad alcuna delle successive riunioni), manda fuori di testa Chilton che inizia a mettere mano a quello che va considerato il più bel disco non finito nella storia del rock..
Si tratta infatti di un lavoro di cui non esiste né titolo (originariamente chiamato Big Star 3 fu poi ribattezzato Sister Lovers) né edizione definitiva. Registrato nel 1975 e pubblicato una prima volta nel 1978 con 14 titoli, fu più volte ristampato (non sempre legalmente) con modifiche nell’ordine e nella sequenza dei pezzi. Il cd del 1992 a cura della Ryko sembra avvicinarsi abbastanza alla ‘verità’ con nuova scaletta che include le 14 tracce della prima stampe e cinque bonus. Anche qui però qualcosa resta nel vago. Ad esempio, non si capisce come mai nelle note di copertina il produttore Jim Dickinson spieghi che Thank You Friends era sempre stato pensato come brano d’apertura, mentre all’ascolto tale onore spetta a Kizza Me. Se è complicato parlare di album, ancor più arduo è parlare di gruppo. Qui i Big Star sono tutti dentro la testa molto confusa e l’attitudine molto rancorosa di Alex Chilton, che scrive tutti i pezzi originali tranne uno e si fa aiutare dal vecchio compagno Jody Stephens, da qualche musicista di studio (fra cui Steve Cropper) e dal già citato Jim Dickinson alla consolle. In realtà i suoi collaboratori più fidi sono alcool e droghe, insieme ai quali il nostro mette a punto una strategia che si potrebbe definire “muoia Alex con tutti i filistei (rock)”. Se il sabotaggio volontario di ogni rapporto con la grande industria discografica gli riesce alla grande, altrettanto bene gli riesce la creazione (involontaria? inconscia?) di quello che è, sotto ogni punto di vista, un autentico e immortale capolavoro alternativo. Intanto gli arrangiamenti a volte destabilizzanti (Kangaroo) a volte impeccabili (il quartetto d’archi di Stroke It Noel) a volte improbabili (l’inizio dissonante di Jesus Christ) sono in anticipo di vent’anni almeno su tutto il rock indipendente sia americano che inglese. C’è però una differenza: mentre i bravi ragazzi post-qualcosa suonano imprecisi per studiato atteggiamento o scarsa tecnica, il musicista a tutto tondo Chilton lo fa per rabbia e per il caos che ha dentro. Va alla deriva, ma, grazie all'istinto di conservazione artistica riesce a tenersi aggrappato all'ancora di salvezza della bellezza melodica (come molti naufraghi riuscirà a sopravviverà al disastro pur portandone per sempre addosso i segni). Altro tratto decisivo è la capacità di unire in forma di disagio diversi elementi sonori. Si passa infatti da episodi quasi rock vicini in spirito a Radio City ad altri più sommessi e, ancora una volta, precorritori (in questo caso della canzone d'autore autolesionista e autoreclusa di Smog, Bonnie Prince Billy e Iron & Wine). Ai primi vengono associati i versi più venati di sarcasmo e autoironia (“Voglio ringraziare le gentili signore e i gentili signori per avere reso tutto questo probabile” – Thank You Friends). Ai secondi si legano le frasi più strazianti: “I tuoi occhi sono quasi morti, io non riesco a scendere dal letto e tu non riesci a dormire” (Holocaust). Ed è in questi momenti che sta la meraviglia impossibile e irripetibile di Sister Lovers. Per chiunque ami la figura del genio isolato e difficoltoso, da Nick Drake a Tim Buckley, da Scott Walker a Townes Van Zandt, canzoni commoventi per melodia e quasi insostenibili per travaglio come Holocaust, Kangaroo, Blue Moon e Take Care sono davvero fra le più significative mai ascoltate. (Antonio Vivaldi)
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