Solo tre brani d’insolita lunghezza (16, 17 e 31 minuti rispettivamente), articolati in diversi movimenti dove passaggi di grande furia distruttiva (il punk, si diceva) si alternano a passaggi più distesi ed ampio respiro a metà fra rock e suoni orchestrali (ovvero il sinfonismo). A ciò si aggiungano voci narranti e suoni ambientali in chiave urbana che fanno da collante fra i vari momenti. Chi, a questo punto, immagini ambientazioni in chiavi progressive sappia che qui c’è molta più emotività e che il dato principale non è tanto l’alternarsi di dolcezza e violenza, quanto piuttosto la presenza di un filo emotivo sempre scoperto a prescindere dal volume e dagli strumenti prescelti. E’ questo il disco dei Godspeed dove le trame sono più nitide, oltre che, forse, più belle (il finale di “The Dead BlackFlag Blues” o il crescendo centrale di “Providence”). I lavori successivi saranno altrettanto suggestivi ma più segnati da un evidente massimalismo musicale e anche politico. Una curiosità: il John Train citato nel libretto del cd, altri non è che l’alter ego violento e distruttivo creato dal cantautore Phil Ochs negli ultimi mesi di vita. (Antonio Vivaldi)

