Concerti

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Lunedì 28 Novembre 2011 i Low a Milano

DOPO UNA LUNGA ASSENZA DURATA QUATTRO ANNI TORNA IN ITALIA UNA DELLE BAND SIMBOLO DEL FOLK-ROCK MADE IN USA: ATMOSFERE SOGNANTI E MALINCONICHE UNITE A MELODIE SOAVI E TRASCENDENTI PER LA BAND CHE HA ELEVATO LO SLOWCORE A MEDITAZIONE SPIRITUALE. TRA I LORO FAN PIU’ ACCANITI ANCHE I RADIOHEAD CHE LI VOLLERO COME OPENING ACT NEL TOUR EUROPEO (PASSATO ANCHE IN ITALIA) DEL 2003.
CON LA PUBBLICAZIONE AD APRILE DELL’ULTIMO ACCLAMATO DISCO, C’MON, IL TRIO DEL MINNESOTA TORNA SUI PALCHI ITALIANI PER UN’UNICA IMPERDIBILE DATA!

Lunedì 28 Novembre 2011
Milano – MAGAZZINI GENERALI
Via Pietrasanta, 14
Apertura porte Ore: 20.00 - Inizio Concerto Ore: 21.00
prezzo del biglietto: 20 euro + diritti di Prevendita
Prevendite attive su www.ticketone.it e su www.ticket.it

Valutazione Autore
 
70
Valutazione Utenti
 
56 (3)
Bruce Cockburn & Hot Tuna al Genova Guitar Festival 18 luglio 2011

La serata finale del Genova Guitar festival ha visto come protagonisti il cantautore Bruce Cockburn e gli Hot Tuna, in un abbinamento forse un po' azzardato. Il canadese ha aperto la serata tornando con la memoria alla sua prima esibizione a Genova, nel 1978; molti dei presenti, almeno quelli col grigio nei capelli, portano ancora nel cuore un'emozionante ricordo del concerto acustico al Teatro Massimo di Sampierdarena. Come allora Bruce è solo con le sue chitarre, di conseguenza la scaletta più che promuovere il recente 'Small Source of Comfort', presenta uno stringato compendio della sua (quasi) quarantennale carriera; da 'Lord of the starfields', con la sua forza mistica, alla reggaeggiante e cantabile 'Wondering where the lions are?' (richiestissimo bis) senza dimenticare l'impegno ambientalista di 'If A tree falls' e la satira politica della recente 'Call Me Rose', straniante brano nel quale si immagina addirittura un Richard Nixon transgender!

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
WARREN HAYNES BAND - Arena del Mare - Porto Antico - 11/07/2011

La terza serata della seconda edizione del Genova Guitar Festival, dopo Lee Ritenour e i Colosseum, è stata un vero e proprio evento, definizione che certo bisogna usare con molta parsimonia, perché si riferisce a qualcosa di davvero eccezionale, fuori dal comune e dalla consueta quotidianità, ma in questo caso quanto mai adatta a inquadrare la realtà dei fatti. Sul palco, infatti, è salito Warren Haynes, lo storico leader dei Gov't Mule e per qualche tempo anche chitarrista dei leggendari Allman Brothers, che non ha tradito le attese, sfoggiando al meglio tutto il suo vasto repertorio artistico. Cantante eccelso dalla voce ruggente, autore brillante, ma soprattutto chitarrista insuperabile sul piano tecnico, espressivo e timbrico - eccezionale a questo proposito il suo controllo dei congegni elettrici per trovare sempre nuove sonorità e colori - Haynes è oggi il più significativo rappresentante del southern rock statunitense, erede e depositario della lezione di gruppi storici, come appunto gli Allman Brothers e i Lynyrd Skynyrd. Musicista sensibile, perfettamente calato nella cultura del proprio paese e nella storia della sua musica, Haynes ha nel tempo progressivamente "annerito" la propria di musica, collaborando sempre più di frequente con artisti afroamericani - jazzisti, bluesman - quali ad esempio Little Milton e la Dirty Dozen Brass Band. Un modo per meglio tributare il giusto ringraziamento alle vere fonti di quel rock blues bianco, fatto di riff fulminanti e scale pentatoniche, del quale egli è massimo interprete. A Genova, proseguendo in questa direzione, Haynes si è presentato alla guida di una formazione interamente afroamericana - una faccenda che nel profondo sud dal quale proviene, nello specifico il North Carolina, fa ancora un certo effetto ai nostalgici della discriminazione razziale - dall'anima congiuntamente soul, gospel e funky: un tastierista all'organo hammond e al piano elettrico, una corista, un sassofonista tenore, un bassista e un batterista. La rutilante e infuocata band, con la quale ha inciso il recente "A Man in Motion", non a caso pubblicato dalla storica "etichetta nera" Stax Records, e quasi interamente presentato nella suggestiva Arena del Porto Antico genovese. Una serie di splendide composizioni alla maniera di Haynes, con forme e strutture stagliate e definite, deformate costantemente dall'interno. E quindi, strofa, bridge e ritornello, con l'intelligenza di alternare spesso - dopo la prima esposizione ovviamente - le sezioni di ogni brano, impastandole poi a gloriosi momenti solistici su pedali armonici, durante i quali la temperatura sale spesso a livelli di intensità quasi insopportabile. Le chitarre di Haynes, insomma, restano in primo piano: la sua musica nell'amalgama con le sonorità afroamericane non perde identità, ma guadagna anzi maggior profondità e dignità, emblema della popular music più colta ed elaborata. Eccezionale la sua facilità di esecuzione, la plasticità e leggerezza del suo fraseggio, la rotondità e grana del suo suono, il suo controllo assoluto del palco e di ogni fase e passaggio dello spettacolo; incredibili le sue qualità di interprete, la generosità con cui si esprime inscritta in una sorta di saggia mitezza comportamentale, la serietà e l'impegno con cui conduce per oltre due ore un concerto straordinario, come se fosse l'ultima serata della sua vita, la perfezione tecnico-fornale in cui tutto questo avviene. Oltre alla presentazione di "A Man In Motion", Haynes ha snocciolato, come di consueto, qualche cover, affidata alla solita immacolata esecuzione e ad un'interpretazione sincera e ispirata, che senza alcun stravolgimento gli permettono di far suo ogni brano preso a prestito. Su tutte, "Born Under A Bad Sign" e una "One Love" alla chitarra classica semplicemente perfetta. Poi è stata la volta di qualche hit estrapolato qua e là da album precedenti dei Gov't Mule, come per esempio "Railroad Boy", composizione cardine del cd "By a Thread" (2009), eseguita splendidamente in slide alla chitarra acustica. A Chiudere, infine, ancor più degnamente la serata è stata la riproposizione (nel bis) dell'antemica "Soulshine", sorta di manifesto culturale, celebre composizione di Haynes, che da qualche tempo arricchisce il repertorio degli Allman Brothers. Superlativo. (Marco Maiocco)

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
JOAN AS POLICE WOMAN in concerto a Sestri Levante

Joan as police woman è il progetto musicale di Joan Wasser, cantautrice polistrumentista della scena di NY con un curriculum straordinario, avendo suonato con Nick Cave, Jeff Buckley (di cui era compagna al momento della scomparsa), Rufus Wainwright, Black Beetle, Dambuilders, Those Bastard Souls... e recente collaboratrice di Antony and The Johnsons.

Joan Wasser sfugge ad ogni classificazione, viene da studi classici - ha fatto parte anche dell'orchestra sinfonica di Boston - e piega uno strumento come il violino alle regole della musica rock innescando una forza innovativa e dirompente nelle canzoni che scrive e canta.

Joan As Police Woman
26 luglio Sestri Levante, Anfiteatro Conchiglia
Biglietti in vendita da Disco Club - Via S.Vincenzo 20r - Genova
orario: dal lunedì al sabato  9,00/12,30 - 15,00/19,00
Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
ROCK IN IDRHO 2011 - Una recensione antropologica

rockinidro-home

Un fatto sociale totale – diceva Marcel Mauss – è un qualcosa che da solo riesce a spiegare il comportamento della collettività a vari livelli, e in questi senso un concerto rock è sicuramente un fatto sociale totale per la comunità di ragazzi che si riuniscono sotto il sole, già alle prime ore del mattino, per ascoltare i loro idoli. Innanzi tutto c'è il sentimento di aggregazione, la sensazione unica di far parte di uno stesso gruppo coeso, con le sue regole, la sua lingua, i suoi totem, le sue formule segrete. 15 giugno 2011, davanti ai cancelli della Fiera di Milano Rho, sull'asfalto bollente, ci sono ragazzi di Milano che comunque si sono svegliati alle 4 del mattino per essere in postazione già alle 9 (tanto per andare sul sicuro), un gruppetto che riassume l'allucinante odissea aeroportuale dalla Sardegna, qualche romano riconoscibile dall'accento... Qui davvero si vede l'Italia unita alcuni mettono al massimo il volume dell'mp3 player per condividere con gli altri le canzoni dei Foo Fighters, che si esibiranno come headliner del Rock in IdRho. Altri parlano della possibile scaletta, ricalcata su quelle presentate dalla band in altri festival in giro per il mondo, ma c'è anche chi collassa in uno stato di sonno incosciente e chi tenta di leggere un libro per la scuola. Il calore, che aumenta col passare delle ore, non consente di concentrarsi e anch'io faccio fatica a seguire le pagine di Stella sugli emigrati italiani in America o a scrivere qualche appunto sul mio quaderno di campo. E le zanzare, grosse come elicotteri, non migliorano la situazione. Come sempre allora la frustrazione si sfoga sul personale di sicurezza, che certo non attira simpatia. Rimangono dietro alle transenne bevendo acqua fresca e si divertono a far alzare tutti, pur sapendo che ritarderanno di due ore l'apertura prevista per mezzogiorno. Salgono la temperatura e il nervosismo e gli sfoghi della folla assumono sgradevoli toni razzisti verso una delle guardie che, essendo nero, viene invitato a tornare a vendere braccialetti in spiaggia, e persino una ragazza cinese viene impietosamente presa di mira perché non riesce a capire dove si deve fare la fila. Alle due passate è fisicamente impossibile resistere per lo sprint di 500 metri necessario per assicurarsi una posizione favorevole sotto il palco, nel pit – eccolo il gergo che lega i giovani, ecco una parola che più di altre suggerisce l'idea di umanità vicina, accalcata, primordiale. La gente corre per un po' e poi diminuisce la velocità, il galoppo entusiasta diventa trotto e poi passo scoraggiato. Fino alla fine del rettilineo fiancheggiato di docks, quando si cominciano ad intravedere i classici stand che vendono birra e piadine, magliette e poster, e sul fondo, IL PALCO.
Non sembra vero essere così vicini alla meta. E i primi mille, come in un concorso a premi alla Gastone, hanno diritto d'accesso nell'area direttamente sotto l'imponente scenario. Un piccolo sforzo, qualche saltello sconnesso e mi piazzo in seconda fila, un po' di lato, dove si spera che il pogo – altro concetto chiave della grammatica del rocker – non sia troppo violento.

Valutazione Autore
 
0.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
ANDY WHITE - GIULIA MILLANTA all'Ostaia Da-U-Neu (11-06-2011)

Dopo l'emozionante concerto, un ventina di giorni fa, del bluesman ed etnomusicologo americano di fama internazionale David Evans, sabato sera all'Ostaia Da-U-Neu di Via D'Andrade a Sestri Ponente è stata la volta di Andy White, esperto cantautore irlandese originario di Belfast, da diversi anni residente a Melbourne in Australia. Un altro appuntamento di vaglia, quindi, nella piccola ed accogliente enoteca birreria di Fabio Ricchebono, grande appassionato di popular music e all'occorrente ottimo armonicista blues. White si è presentato con la sua piccola dodici corde acustica e con un'altra chitarra acustica, una vecchia sei corde che utilizza fin dagli esordi, ed ha interpretato con eleganza e maestria una serie di sue composizioni, in gran parte provenienti dal suo ultimo piacevole album "Songwriting", pubblicato nel 2009. Uno stile asciutto il suo, caratterizzato da una decisa pennata in flatpicking sulla chitarra a sgranare rapidi accordi in successione, e da un'arpeggio espressivo ed eloquente al servizio di un sound davvero personale e molto solare e rasserenante. Stupisce la fluidità della sua scrittura e la scioltezza della sua esecuzione che ricorda molto da vicino, fatte le dovute proporzioni (anche stilistiche), il primo spensierato Mark Knopfler. Depositario di una vera e propria cultura del song-writing, tipica del suo paese d'origine, White è al contempo in grado di custodire una propria autenticità artistica che gli permette di sfidare con audacia e ottimismo il futuro, coniugando una sorta di anima punk alla Joe Strummer con il raffinato e romantico gusto di cantautori irlandesi alla Eamon Friel e un'eco dylaniana sempre in agguato. Lo ha accompagnato nel corso del concerto Giulia Millanta, giovane cantautrice italiana di Firenze, già vincitrice nel maggio dello scorso anno a Sarzana di un importante premio dedicato alla canzone d'autore (il Carisch "New Sounds of Acoustic Music"). Giulia si è esibita in rotondi controcanti durante alcuni brani di White ed ha poi presentato, in un momento della serata a lei interamente dedicato, una manciata di sue composizioni, dall'incedere folk-rock e cantate tutte rigorosamente in inglese, che costituiscono l'ossatura del suo interessante recente secondo album "Dropping Down" (Ugly Cat Record, 2011). La Millanta, con la sola voce e l'accompagnamento della chitarra, ha letteralmente conquistato il pubblico della gremita osteria grazie alla qualità del suo canto, all'intensità della sua interpretazione, alla stimolante complessità delle sue canzoni, da un punto di vista ritmico, armonico e formale, e all'impegno che ha saputo profondere e trasmettere. A chi scrive, la sua sofisticata ricerca compositiva ha ricordato molto la grande Joni Mitchell, ma ci rendiamo conto che si tratta di un paragone rischioso, perché ormai troppo scontato (per un verso), e decisamente azzardato (per l'altro). Le auguriamo di trovare al più presto adeguati spazi, un'ancor più definita identità artistica e "la casa interiore" che sembra cercare. (Marco Maiocco)

Top ten del mese

1.
Valutazione Autore
 
93
Valutazione Utenti
 
0 (0)
2.
Valutazione Autore
 
92
Valutazione Utenti
 
0 (0)
3.
Valutazione Autore
 
90
Valutazione Utenti
 
0 (0)
5.
Valutazione Autore
 
90
Valutazione Utenti
 
0 (0)
6.
Valutazione Autore
 
85
Valutazione Utenti
 
0 (0)
7.
Valutazione Autore
 
83
Valutazione Utenti
 
0 (0)
8.
Valutazione Autore
 
83
Valutazione Utenti
 
0 (0)
9.
Valutazione Autore
 
82
Valutazione Utenti
 
0 (0)
10.
Valutazione Autore
 
80
Valutazione Utenti
 
0 (0)