Concerti

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Lontana dalla città, la Jahrhunderthalle è una struttura relativamente piccola e gradevole. Lo si capisce immediatamente quando il concerto ha inizio: le transenne e il pubblico sono quasi addossati a un palco piuttosto basso; per gli spettatori seduti in fondo forse il risultato non dev’essere dei migliori, ma per la prima fila l’effetto è molto gradevole, con un’atmosfera più da club che da hall. Rispetto alla sera precedente la scaletta subisce diverse modifiche. “Cat’s in the Well”, “Dont’ Think Twice” e “Watching the River Flow” aprono il concerto, appare subito evidente che la band è concentrata e Dylan canta con grande cura.

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Con Bob Dylan in giro per l'Europa
ImageCi sono città nelle quali, in genere, ci si può aspettare che Bob Dylan offra buoni concerti. Amsterdam è fra queste, e infatti i biglietti della Heineken Music Hall (una sala polivalente, dall’ottica acustica, in grado di accogliere circa 5000 spettatori, con posti a sedere sul fondo e un’ampia pista davanti) erano esauriti da mesi. Due ore prima dell’apertura delle porte, prevista ed attuata alle 18 (i concerti in Olanda cominciano presto: alle 19.30 in questo caso), i più accaniti sono già in coda. Tutto è puntuale e ben organizzato e all’ora prevista la band è sul palco. Come sempre da molti anni a questa parte, il set si apre con un pezzo che serve per ‘scaldarsi’ (“Cat’s in the Well” entrambe le sere). Dylan sarà alla chitarra per le prime quattro canzoni, per poi tornare alla tastiera; è una sorpresa per questo tour europeo, dal momento che non la suonava sul palco da quasi quattro anni.
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ImageE’ voce antica, profonda a volte aspra quella di Rita Botto che ieri sera ha cantato al Teatro della Tosse di Genova nell’ambito della rassegna Il Canto della Terra ideata e curata dall’Associazione Culturale Coloriamo & Musica. Rita è siciliana colta nata alle pendici dell’Etna ma emigrante residente a Bologna. Negli anni ha mantenuto uno stretto rapporto con la propria terra sviluppando una musica sempre sospesa tra ricerca e tradizione: portatrice sana di sicilianità. Ed è un po’ obiettivo della rassegna dare spazio a tre grandi voci femminili del panorama italiano (Roberta Alloisio, Rita Botto, Lucilla Galeazzi che si esibirà il prossimo 12 aprile) interpreti di quello che in un bel libro Luca Ferrari ha definito “folk geneticamente modificato”, ovvero sia tutte quelle note popolari intrise (inevitabilmente) delle diverse sensibilità provenienti dal mondo della musica popular (nel senso di pop e non di popolare): musica mediata dagli strumenti della divulgazione e dell’informazione. Alla Tosse Rita Botto ha incantato con voce sapiente e elegante, genuina e gentile, inanellando molti dei brani del suo sinora unico cd, rigorosamente in dialetto, Stranizza d’Ammuri, non contando quello autoprodotto dedicato a Rosa Balistreri, signora assoluta del canto popolare. Un dialetto quello di Rita masticato, sgranato a raffica, sussurato, manipolato come pasta dalla sua voce che ha meravigliato il pubblico con Scioglilingua, un eccezionale esercizio d’abilità vocale che ha ricordato da vicino le improvvisazioni di un gigante del canto jazz italiano come Maria Pia De Vito.
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ImageMa quante musiche il pigro Occidente “sazio e disperato” di jazz, di rock, di tango mille volte rimbalzato nelle schegge da pubblicità dovrà ancora conoscere prima di accorgersi che la gran famiglia di note afroamericane non è solo appannaggio dei signori con i numeri grandi nelle classifiche? Considerazioni che sono sbocciate fuori dal nulla, ascoltando questo lavoro inciso nel 2004, ma solo ora reso disponibile sul mercato internazionale dalla meritoria etichetta Biscoito Fino, forse la label più attenta a diffondere un Brasile sul pentagramma senza vacui luccichii “lounge” e stanche coazioni a ripetere “tropicaliste”. Qui cambia la musica, davvero. E la musica raccolta in quaranta scintillanti minuti alla velocità della luce è il frevo, ovvero davvero il “cugino povero” (in notorietà) del samba. Meno noto ancora del choro, che pure qualche rilancio ha avuto, grazie all’interessamento di Kaurismaki. Il frevo festeggia nel 2007 i cento anni di presenza documentata: note da danza che richiedono virtuosismo, precisione, capacità d’attacco e di pronuncia pressoché trascendentali.
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(foto Carabbio)
Se la tua tipa ti ha scaricato e sei più a terra di una gomma bucata, non rifiutare mai l'invito di un vecchio compagno di scuola che ti viene a cercare dopo tanto tempo per fare una session, anzi, una Desert Session, specie se quel tuo vecchio amico si chiama Josh Homme. Nasce così, nel lontano 1998, tra il seppellimento degli Screaming Trees e l'ascesa dei possenti Kyuss, l'ennesimo side project del vulcanico Homme, ribattezzatosi Carlo von Sexron per curarne l'esordio alla produzione e alla batteria per "Peace Love Death Metal", uscito nel 2004 per la sua Rekords Rekords Album e per la AntAcidAudio di Mike Patton. Ad una condizione, però, stavolta: nessun virtuoso compiacimento, nessun brain (e guitar) storming di mostri sacri sopravvissuti alla morte del grunge degli anni 90 (per niente negli USA sono famosissimi per aver concesso molti dei loro pezzi a spot di prodotti del calibro di Nissan, Bud Beer e Playstation2). Unico obiettivo del curioso quartetto californiano è "to make little Richard proud delivering you to Death by sexy", in una parola suonare per il puro gusto di having a good time, rendendo uno sgangherato ma sincero omaggio a country, blues e hillbilly. Il risultato è uno show spassoso e dissacrante, capitanato dall'enigmatico e geniale frontman Jesse "The Devil"/"Boots Electric" Huge, esplosiva, tarantiniana miscela tra il protagonista di Boogie Nights, Prince in version cowboy, il Little Richard più esuberante che possiate immaginare e dotato di carica sexy alla Village People. Tra un falsetto, un colpo di pettine e qualche cavalcata energica che ammicca alle donzelle ululanti nelle prime file, l'organico sembra un pazzesco collage di personaggi dei fumetti o dei b-movie degli anni 60 e comprende anche il chitarrista David Catching, dal look spiccatamente startrekkiano, un tenebroso bassista che risponde al nome per niente casuale di "Big Hands" O'Connor e il batterista pneumatico Gene Trautmann, tutti magicamente fuoriusciti dal cappello a cilindro del diabolico trio Homme-Grohl-Olivieri.

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ImageIeri sera storico (almeno per me) concerto di Giovanni Allevi al Teatro Politeama. Mi sono emozionato come raramente mi è successo a un concerto. La musica di GA tocca delle corde molto delicate e molto "in profondità", in una terra-di-nessuno che chiamerei Musica Assoluta, nè classica, nè jazz, nè colta, nè leggera. Toccante, a tratti esaltante. Quando ha suonato Come sei veramente (nota come spot della BMW) lacrime agli occhi di molti. Mio fratello lo ha visto piangere durante l'esecuzione di un brano...Inoltre lui è un tipo pazzesco, ipersensibile, simpaticissimo, goffo ed elevato allo stesso tempo (assomiglia a Joey Ramone!): le sue presentazioni dei brani di Joy (ultimo bellissimo cd) erano spassose ma anche colte. Il pubblico (pienone) gli ha tributato un trionfo di applausi. Uno che alla fine ringrazia i tecnici e le maschere del teatro...Aggiungo che con me c'era mio figlio Alessandro: penso che questo concerto gli resterà impresso per sempre (tra l'altro lui sta imparando a suonare il piano). Chissà che non gli faccia lo stesso effetto che ebbe su di me il concerto dei Ramones a Milano nel 1980. Forse dovrei sperare di no, eh? O forse sì: ieri sera si volava alti. (Franco Zaio)

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