Concerti

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ImageMirah è quasi il prototipo della “cantautrice indie”: venuta su tra etichette e compagni di strada a bassa fedeltà nella Washington alternativa degli anni 90, ha via via schiarito la sua scrittura dalle nebbie della stranezza formale facendo emergere un talento rotondo e, se volete, tradizionale. (Marco Sideri)

16-5-2009 Mirah + Tara Jane O’Neil (La Casa 139, Milano)
il trionfo di un folk pacato ed elegante tutto al femminile, caratteri di una certa tipologia di live che in Italia non capita spesso di osservare dal vivo e che connotano quindi l’appuntamento di una certa apertura nazionale a sonorità 'diverse' da quelle a cui in genere andiamo incontro quando usciamo per vedere un concerto. (Sabrina Patilli)

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ImageSabato 2 maggio alle ore 22.30

presso "IL BANCO" di Zoagli
concerto di Michael McDermott


Per Michael McDermott basterebbero le parole che il grande scrittore Stephen King ha speso al suo riguardo: “Michael McDermott mi ha ridato lo stesso entusiasmo verso la musica che avevo quando ascoltavo Springsteen o Van Morrison”.
Ma in realtà oltre a ciò e a quel disco d’esordio, “620 W Surf” (1991 )che lo consacrò come “the next big thing”, McDermott ne ha fatte di cose e di dischi, tra cadute e risalite, ma sempre godendo di grande stima e considerazione presso il pubblico e la critica.
Con il cuore al folk del Village e l’anima al rock’n’soul che da Springsteen attraversa tre decadi di grande musica, McDermott ha nel tempo assestato altri ottimi capitoli discografici (“Gethsemane” su tutti) e ha via via trovato una propria dimensione artistica lontano dai clamori degli esordi ma più consona alla sua odierna natura di maturo storyteller.
E la qualità dei suoi album ne è frutto: “Last chance lounge”, “Ashes” e il recente “Hey la hey” risplendono di pura poesia folk-rock e di una ottima vena compositiva che ricandida McDermott come una delle voci più vere del rock stradaiolo USA.

Per info Marco 3463259127 www.Myspace.com/ilbancozoagli

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ImageSabato 25 aprile alle ore 22.30

presso "IL BANCO" di Zoagli
concerto di Kevin Welch


Uno tra i più apprezzati autori di Nashville nel corso degli anni novanta, Kevin Welch come performer ha proposto un alternative country di grande spessore che congloba elementi folk, blues, gospel e rock. Nato a Long Beach in California il 17 agosto 1955 e cresciuto in Oklahoma, Kevin Welch ha vissuto una gioventù irrequieta che lo ha ben presto portato a lasciare la casa dei genitori e vivere on the road, accumulando esperienze sia come songwriter che come musicista. A metà anni ottanta, attratto dai fermenti che animavano la scena di Nashville, si trasferisce a Music City inserendosi subito nel circuito dei clubs ed esibendosi con una sua band, gli Overtones. Le eccellenti critiche ricevute gli aprono le porte ad un contratto discografico con la Warner/Reprise nel 1988. Il suo primo lavoro, quello che maggiormente si avvicina ad arrangiamenti ‘new country’, viene prodotto dalla coppia Paul Worley e Ed Seay, affermati nomi nel panorama nashvilliano. The Mother Road, Praying For Rain, True Love Never Dies, Till I See You Again (questi ultimi due, brani che ricevono buoni consensi a livello commerciale) e Came Straight To You sono canzoni che lo confermano autore di valore e performer ispirato. Già con il secondo album (Western Beat, 1992) Kevin Welch amplia e diversifica musicalmente la sua proposta: folk e blues entrano a far parte del suo sound affiancando le sue country roots. Early Summer Rain e Restless Kind (composta da Michael Henderson) per quanto riguarda i suoni elettrici, Sam’s Town, Train To Birmingham (di John Hiatt) e Something ‘bout You per quelli acustici sono i momenti più significativi a riguardo. E doti compositive di Kevin Welch lo fanno diventare un richiestissimo autore e le sue canzoni finiscono nel repertorio di nomi come Ricky Skaggs, Judds, Sweethearts Of The Rodeo e Don Williams tra gli altri. La fondazione di una etichetta indipendente come la Dead Reckoning Records, con l’aiuto di Kieran Kane, Michael Henderson, Harry Stinson e Tammy Rogers lo porta ulteriormente verso una proposta personale e matura.

Per info Marco 3463259127 www.Myspace.com/ilbancozoagli


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foto: Olivier Colas
Il Grand Rex di Parigi è uno splendido cine-teatro degli inizi del ‘900 con oltre 2500 posti a sedere, per la maggior parte comodissime poltrone, spesso dedicato ai concerti rock. I biglietti sono esauriti da tempo, segno della notorietà acquisita da Antony in questi ultimi anni. Il concerto è previsto per le 8, ma le luci cominciano a spegnersi solo mezz’ora più tardi. Una base di musica elettronica accoglie l’ingresso sul palco di una sorta di ballerino-performer, che si tratterrà sul palco per venti minuti buoni: una scelta a mio parere inspiegabile. Finalmente lascia la scena e dopo pochi minuti entrano i musicisti, seguiti da Antony. Il palco è inizialmente quasi immerso nel buio, mentre nel corso dello spettacolo sarà illuminato in modo suggestivo. Antony prende posto al pianoforte, dove resterà per tutta la durata del concerto, con i sei strumentisti di fronte: il set è prevalentemente acustico (con archi, chitarra, alcune incursioni di sassofono e clarinetto, basso elettrico e batteria), la qualità dei musicisti molto elevata, così come la performance vocale di Antony, che non si discosta da quella offerta in studio. La prima parte dello spettacolo attinge dall’ultimo disco; One Dove è molto bella anche dal vivo, Kiss My Name viene accolta da grandi applausi. Sono però soprattutto i brani del precedente album, come For Today I Am A Boy e You Are My Sister, a entusiasmare maggiormente il pubblico.Spicca per la vivacità Shake That Devil, che si distacca dal repertorio consueto di Antony. In un paio di occasioni, all’inizio di un brano, Antony sbaglia i testi o l’accompagnamento al piano e ferma la band; la cosa è risolta simpaticamente, il pubblico sembra apprezzare anche gli errori, e tutto prosegue nell’entusiasmo generale. Il set si conclude dopo quasi un’ora e mezza, ma la band torna sul palco assai rapidamente con i bis: Cripple & Starfish e un’intensa Hope There’s Someone. Un buon concerto, nonostante qualche evitabile lungaggine - il ballerino, lunghe chiacchiere (non sempre interessanti) di Antony dal palco - e l’assenza di dinamica o di qualunque azione sul palco (ma certo non è la musica adatta): il pubblico però è in estasi, segno dello status ormai raggiunto da Antony And The Johnsons. (Marina Montesano)

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