roberta alloisio-2Una donna forte, bella e gentile. Capace di salire su un palco con un febbrone squassante, e nel giro di sessanta secondi cavare l'unghiata da leonessa che permette di uscire con eleganza da ogni impasse. Anche se, su quel palco, sei da sola con il repertorio pesante di Tenco, a mezzo secolo dalla scomparsa, e in sala ci sono i parenti di Luigi e accanto te solo la fida chitarra di Armando Corso, non un'orchestra. Era il 7 gennaio scorso, al Teatro della Tosse. Più o meno nello stesso periodo aveva fatto una comparsata da ospite alla festa al Ducale per il nuovo disco del Gruppo Spontaneo di Trallalero, e s'era unita al "cerchio magico" del canto assieme a Laura Parodi, dopo aver duettato con lei, il "contralto" della banda. Da par suo: con un sorriso sulle labbra, l'intonazione perfetta presa al volo chissà dove, e quella duttile voce d'argento che non vacillava mai. Ha fatto in tempo per fortuna a inciderlo quel lavoro, "Luigi". Roberta Alloisio se n'è andata prima, e di colpo. Il tempo del caffè del risveglio, e non c'era più. Lasciando attoniti tutti. Domenica prossima avrebbe dovuto cantare al Count Basie Jazz Club assieme al pianista Fabio Vernizzi il suo magnifico canzoniere declinato sull'elegantissimo panneggio di Xena Tango. Anche chi la conosceva poco in città, a dispetto di una carriera lunga e bella, da attrice, performer, e tante altre cose, ancora non potrà fare a meno di ricordare gli strepitosi duetti con il fratello Gian Piero Alloisio: erano l'uno la spalla sonora dell'altro, sia che si trattasse di affrontare brani tosti, struggenti, sia che si fosse il caso di regalare un altro sorriso in blues con l'inno "apocrifo" dei coltivatori di basilico, Baxeicò. Roberta era una persona curiosa, ironica, assetata di sapere. Anni fa le parlai di quanti cognomi genovesi siano presenti nelle primissime incisioni di tango argentino della "guardia vecchia", lei volle una copia del tutto, ci ragionò su, se ne andò in Argentina, e dopo un annetto era nato quel capolavoro che è Xena tango, con l'aiuto di nomi pesanti come Walter Rios e Luis Bacalov, e portato sui palchi con l'eleganza sensuale dei veri "tangheri". Roberta, però, era molto altro: se si innamorava di un'idea, di un filo da inseguire andava fino in fondo, metteva da parte materiali, studiava come un'ossessa e alla fine se ne usciva con quei brani che potevano essere stati cavati dagli archivi medievali della città, dal passato prossimo, o dalla memoria carsica delle canzoni che avviluppa il Mediterraneo o da chissà dove altro, ed erano capi d'opera luminosi. Nel 2007 c'era stato l'esplosivo Lengua Serpentina, con l'Orchestra Bailam a infiocchettare di strumenti etnici e tempi dispari canzoni magnificamente irriverenti. Nel 2011 era arrivato Janua, premiato con la Targa Tenco e con il premio per la musica tradizionale della città di Loano. Roberta sul palco ci viveva, ci respirava bene, faceva apparire quei suoi centosessanta centimetri come una statura imperiale. Era sorridente e pronta a stupire il mondo con un acuto argentino e impastato di armonici colorati: chi l'ha vista, si ricorda gli sguardi felici di Don Gallo, di David Riondino, di Adolfo Margiotta, di Carla Peirolero ad avere sulle assi di legno e accanto cotanta fonte di musica. Veniva da una lunga strada, la ragazza nata ad Alessandria e genovese dentro che, adolescente, duettava con il grande Gian Piero nelle veementi e radiose perorazioni dell'Assemblea Musicale Teatrale. Ce l'hanno portata via troppo presto, perché lassù devono aver giudicato inammissibile che restasse in giro una voce così, a confronto con tanti mediocri talenti che campano alla giornata di pollici segnati all'insù sugli (a)social media. E i primi veri complimenti, di sicuro, glieli farà Luigi Tenco, a vedersela accanto. (Guido Festinese)

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