Dopo che Stefano Bollani, con la sua “Copacabana”, ne ha fatto un’imitazione esemplare, è diventato sempre più difficile restare seri ascoltando Paolo Conte. Per chi non l’avesse mai vista, il nuovo “Nelson” è un ottimo palliativo: infatti sembra di sentire lo scontroso autore dei primi dischi o il compiaciuto signore di “Parole scritte a macchina”, ma poi ci si domanda se sia davvero lui o un ottimo epigono. Forse è irragionevole aspettarsi qualcosa di diverso e dopo l’impalpabile “Psiche” queste quindici canzoni, al solito suonate in maniera impeccabile e con qualche titolo che lascia anche il segno, rappresentano pur sempre un passo avanti. Ma paradossalmente se la cifra dell’avvocato è la nostalgia, allora tanto vale rispettarlo fino in fondo, rituffandosi malinconicamente in un disco d’antan. (Danilo Di Termini)


